Gli eventi del 1849

Uno dei momenti più alti della storia del Risorgimento

di Massimo Scioscioli

Intervento per la commemorazione della Repubblica Romana, Forlì, 7 febbraio 2010.

In questi ultimi anni si è registrato un ravvivato interesse per la storia della Repubblica Romana del 1849. Nonostante ciò la memoria dei drammatici eventi che scandirono la sua breve vita risulta tuttora confinata in settori ristretti della nostra cultura. Si tratta di un fenomeno di non difficile comprensione perché ogni momento, ogni atto di questa Repubblica richiama alla mente idee e principi dai quali l’Italia seguita ad allontanarsi in preda ad una pulsione autodistruttiva.

Questo accade anche perché alla Repubblica Romana e alle sue vicende, viene associata l’idea, del tutto infondata, di una violenza esercitata su Pio IX, dimenticandosi che fu un libero voto di popolo a mettere fine al progressivo disfacimento dello Stato Pontificio. Per comprendere quale fosse la condizione del Patrimonio di San Pietro, basterà ricordare alcuni dati ricavati non dalla storiografia di parte laica ma da quella cattolica e dallo stesso Cardinale Mastai Ferretti, il futuro Pio IX. Fu proprio lui a ricordare in un documento elaborato quando era ancora vescovo di Imola che lo Stato pontificio aveva una popolazione carceraria media di circa 20.000 persone. Secondo i dati pubblicati nella monumentale biografia di papa Mastai del padre gesuita Giacomo Martina nello Stato Pontificio, su poco più di 2.500.000 persone vi erano 400.000 "accattoni, ciarlatani, inabili, oziosi, zingari ed altra gente compresa in questo genere sì pernicioso alla società". Andiamo avanti. Il 50 per cento delle proprietà fondiarie erano nelle mani del clero; i laici erano esclusi dagli impieghi direttivi dell’amministrazione e dalla magistratura; la polizia era corrotta e inefficiente – cito sempre dalla storiografia cattolica – e dedita alla violenza come il capitato dei carabinieri di Forlì, Freddi. E a lato della polizia operavano gruppi di volontari guidati da personaggi come quell’Ilario Alpi, più brigante e grassatore che poliziotto. In due anni e mezzo di pontificato era difficile anche per un pontefice più avveduto di Pio IX risanare una simile condizione di vero e proprio sfascio generalizzato. E non poteva soprattutto per la crescente instabilità degli organi religiosi e civili dello Stato della Chiesa. A proposito di questi ultimi, basterà dire che fra il marzo 1847 e il settembre 1848, data in cui Pellegrino Rossi assunse la guida del Governo, si alternarono ben quattro Ministeri. Con l’assassinio di Pellegrino Rossi, la cui responsabilità non può essere attribuita né a Mazzini né ai mazziniani, Pio IX non ebbe più soluzioni di ricambio e scelse la via della fuga, presto imitato dagli alti esponenti della Curia, mentre i moderati si divisero tra le città di origine e la corte di Torino. A Roma rimasero i giovani mazziniani, tra i quali Goffredo Mameli e Filippo De Boni, che, operando con grande accortezza e prudenza, riuscirono a pilotare la situazione fino alla convocazione dei comizi elettorali per affidare al popolo la scelta sulla forma di governo. Come è noto, al voto del 21 gennaio parteciparono 250.000 cittadini, cifra superiore a quella di coloro che parteciparono alle prime elezioni, a suffragio ristretto, tenute nel Regno d’Italia (1861).

Protettorato

La Repubblica Romana rappresenta uno dei momenti più alti e drammatici della storia del nostro Risorgimento. Innanzi tutto perché il voto emesso dall’Assemblea Costituente nella notte fra l’8 e il 9 Febbraio segnò la fine dello Stato Pontificio, il più antico fra tutti gli Stati europei. Certo, il papa tornerà a Roma due anni dopo, ma regnerà su uno Stato privo di effettiva sovranità, un vero e proprio protettorato francese. In secondo luogo perché di queste vicende furono partecipi alcuni tra i maggiori protagonisti della politica e della cultura europea tra i quali mi limito a citare Giuseppe Mazzini, Giuseppe Garibaldi, Luigi Napoleone, il visconte Palmerston, Victor Hugo, Edgar Quinte, Vincenzo Gioberti, Antonio Rosmini, senza trascurare Aurelio Saffi, il Triumviro della Repubblica che Forlì, la sua città, vorrà sicuramente ricordare il prossimo 10 Aprile in occasione del 120° anniversario della morte. Infine perché fra il 30 Aprile e il 30 Giugno la Repubblica fu teatro di scontri sanguinosi nei quali la parte migliore della gioventù italiana fu costretta a soccombere di fronte alla brutale aggressione delle due armate più potenti dell’Europa continentale, quella francese e quella austriaca, spalleggiate dagli eserciti inviati dalla Spagna e dal Regno delle due Sicilie. Per dare un’idea della disparità delle forze in campo, ricorderò che, di fronte ai 17.000 difensori della Repubblica, stavano 32.000 soldati francesi bene armati scelti tra i migliori veterani delle guerre d’Africa, guidati dagli ufficiali più fidati del futuro Napoleone III – tre di essi diventeranno marescialli di Francia – mentre uno, il Colonnello d’Espinasse, sarebbe diventato ministro dell’interno all’indomani dell’attentato Orsini, quando il nipote del grande Napoleone, diventato imperatore, lanciò una dura ondata repressiva. Durante i 27 giorni dell’assedio, l’artiglieria francese lanciò su Roma e sulle difese del Gianicolo, ben 13.606 proiettili, con una media di 500 ordigni al giorno, numero non proprio trascurabile considerato il perimetro relativamente ristretto delle operazioni militari.

Eroismo

La Repubblica Romana ha lasciato una traccia indelebile per l’eroismo dei suoi difensori. Tra i quali mi limito a ricordare, primo fra tutti, Goffredo Mameli, al nome del quale vanno associati quelli di Luciano Manara, di Emilio Morosini, il cui coraggio suscitò l’ammirazione dei soldati e degli ufficiali francesi, di Angelo Masina, di Colomba Antonietti e di quei ragazzi che si buttavano sulle bombe lanciate dai francesi per spegnere la miccia. Accanto a costoro e tra gli oltre 1000 caduti di parte repubblicana vorrei ricordare i cittadini di Forlì che immolarono la loro vita per la Repubblica di Mazzini e di Saffi.

Una traccia altrettanto luminosa l’ha lasciata la sua Costituzione, approvata il 1° Luglio e promulgata due giorni dopo in Campidoglio proprio mentre le truppe francesi entravano in Roma. In proposito voglio sottolineare solo un punto di questa costituzione che è stata definita da un autorevole storico del diritto italiano, come Carlo Ghislaberti, la migliore espressione della cultura giuridica europea di parte democratica. Essa è stata, infatti, la prima costituzione europea ad abrogare la pena di morte sia per i delitti politici sia per i delitti comuni.

Il visconte di Palmerston, che certo non amava Mazzini, affermò che Roma non era stata governata mai tanto bene come era avvenuto nei giorni della Repubblica di Mazzini. E’ certo che il rigore nella gestione della spesa pubblica fu uno degli aspetti che più onorano la Repubblica Romana e i suoi Reggitori. Lo dimostrano, a me pare, due episodi. Il fatto che i Triumviri furono sottoposti a giudizio dal restaurato Governo Pontificio per un solo motivo: il sequestro delle carrozze dei cardinali. Ed è altrettanto significativo che gli ultimi dibatti dell’Assemblea Costituente furono riservati al progetto di Costituzione e ai Bilanci dello Stato.

Vi fu, insomma, in ogni atto del governo repubblicano, un grande scrupolo legalitario. Quello stesso scrupolo legalitario che spinse Mazzini a ordinare la repressione di ogni atto di violenza. Le istruzioni impartite a Felice Orsini affinché stroncasse le violenze verificatesi in Ancona rimangono uno dei più alti esempi di morale pubblica della nostra storia.

Unità

Il prossimo anno l’Italia sarà chiamata a celebrare il 150° Anniversario dell’Unità. Un importante passo in avanti è stato compiuto proprio in questi giorni con il varo di un programma per la valorizzazione e il risanamento dei luoghi della nostra memoria. Questo non ci solleva dalle nostre responsabilità, anzi ci impone di offrire la più ampia collaborazione alla riuscita di questo importante anniversario.

Innanzi tutto abbiamo il compito di verificare se non vi sono luoghi importanti trascurati dal programma ora approvato.

Ma soprattutto dobbiamo impegnarci per evitare che le celebrazioni dell’anniversario siano oggetto di spartizione fra ogni genere di nostalgici. I nostalgici dei Savoia, ora raccolti attorno al principe ballerino; i nostalgici del Papa re; quelli dei Borboni; quelli di una pretesa cultura celtica, sulla quale sembra per altro calato il silenzio, anche se ci indigna l’insulto recentemente lanciato contro il nostro Mameli dalla Padania. Per contribuire a scongiurare il pericolo che la celebrazione del 150° anniversario dell’unità si trasformi in un ulteriore passo in avanti verso la dissoluzione del nostro paese, credo sarebbe utile proporre una riflessione critica sul nostro Risorgimento intesa a ricordare o, se vogliamo, a verificare due aspetti. Il primo è che Mazzini non fu soltanto uno sfortunato precursore ma fu l’uomo che dette un contributo essenziale, sia sul piano politico, sia su quello diplomatico, alla realizzazione del biennio 1859-1860. Il secondo è che il Risorgimento ha conosciuto anche pagine buie, quelle della repressione del brigantaggio, guidata da quell’Alessandro La Marmora che va ricordato per tre misfatti: la repressione del moto di Genova del 1849; la sconfitta di Lissa, e, appunto, la repressione del brigantaggio. Condotta con metodi che indignarono i mazziniani e la democrazia risorgimentale, a cominciare da Aurelio Saffi che, con gli altri deputati della sinistra parlamentare, presentò le dimissioni dalla Camera, appunto in segno di protesta per la incapacità dimostrata dal governo di comprendere che al fondo del fenomeno del brigantaggio vi erano anche ragioni di carattere sociale.