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Diritto alla salute e competenza/Quando è la politica a nominare i dirigenti Assegnare gli incarichi sulla base del merito di Antonella Cappellini* Non si può parlare di "Diritto alla Salute" senza aver prima definito il concetto di "Salute". La nozione di salute trae fondamento non solo dal dettato costituzionale (Art. 32), ma anche dalla definizione offerta nell’Atto Costitutivo dell’Organizzazione Mondiale della Sanità firmato a New York il 22 Luglio 1946; questa definizione è stata recepita nel nostro ordinamento giuridico con il D.L.C.P.S. 1068/48 e da qui si evince che il concetto di salute si deve intendere come uno "stato di completo benessere fisico, mentale e sociale che non deve arbitrariamente identificarsi con la completa assenza di malattia ". Infatti il concetto di salute inteso come "assenza di malattia" è strettamente connesso alla vecchissima, e quanto mai obsoleta, concezione della professione medica ridotta nei confini angusti della dimensione esclusivamente libero-professionale. Dai tempi di Ippocrate fino al XIX secolo questa concezione ha limitato l’impegno sociale della classe medica e circoscritto la poliedricità del fenomeno salute - malattia. L’evoluzione storica della sanità, il progressivo impegno delle nazioni a realizzare, con lo Stato Sociale, servizi sanitari in grado di rispondere alla domanda di salute della popolazione, l’acquisizione di una comune coscienza circa le dimensioni sociali nei fenomeni salute-malattia hanno fatto maturare un nuovo concetto di salute (rimarco che tale processo ha impiegato la bellezza di due secoli, XIX e XX secolo, per raggiungere i risultati attuali!). Il nuovo concetto di salute, quindi, sottolinea l’esigenza di curare le persone e non solo le malattie. Per centrare questo bersaglio, però, occorre una risposta ampia, fatta di scelte politiche e di realizzazioni di politica sanitaria, una risposta principalmente multidisciplinare e, oggi, anche transculturale. Prestazioni poco attente all’aspetto umano, difficoltà nel rapporto tra medico e malato, indifferenza alle esigenze della persona e alla sua dignità sono e devono essere lontane da chi è degno di essere considerato il "vero professionista della salute" oggi. Ci troviamo di fronte a un cambiamento di prospettive a livello sociale, culturale, economico, nel quale l’operatore sanitario, oltre ad essere un professionista preparato, ha il dovere di sapersi relazionare con l’utente fruitore del servizio, tenendo in considerazione la sua unicità in quanto soggetto portatore di diritti. In questa direzione grandi passi sono stati fatti nell’ultimo ventennio (corsi di formazione in counselling sistemico, e quanto d’altro!) che hanno anche sortito buoni risultati in molte realtà. Tuttavia non possiamo nascondere il fatto che, negli stessi ultimi venti anni, si siano dapprima creati i presupposti (spreco, cattiva gestione delle risorse, ecc.) e, conseguentemente, si sia sviluppata appieno una grave crisi della sanità pubblica, con l’acuirsi della necessità di risparmiare, che va a contrapporsi a quelli che sono i propositi di miglioramento della comunicazione e della relazione con il paziente. La costante riduzione del personale sanitario, che non viene sostituito nel tempo, la strumentazione spesso obsoleta o addirittura assente, specialmente in determinate realtà, rapportati alla richiesta di un maggior numero di prestazioni orarie, o di turni ospedalieri sempre più massacranti, obbligano, necessariamente, l’operatore sanitario a dover affrontare situazioni di intervento sempre meno di "qualità" e sempre più di "quantità". Tale "obbligo" si ripercuote, in modo ineludibile, non solo sulla qualità puramente tecnica, ma anche sulla relazione con il paziente. Ecco dove allora possiamo notare quale sia la reale differenza tra sanità "pubblica" e "privata": non è certamente di carattere tecnico (le capacità professionali sono del tutto sovrapponibili), ma si basa sul fatto che la seconda può permettersi di dare più qualità nell’accoglienza e ascolto del paziente. D’altra parte questo è, spesso, ciò che i fruitori di tali servizi apprezzano maggiormente e, nello stesso tempo, è quello che il "pubblico " non sempre riesce a dare. Il "gap" tra le due sanità, purtroppo non va nella direzione della necessità di ridurre le differenze evidenti nell’attuale stratificazione sociale della salute, in quanto non permette l’offerta di eguali opportunità nel conseguimento del massimo potenziale di salute per tutti, anzi ne aumenta il dislivello. Di conseguenza, esiste, nella considerazione da parte dell’utenza, la possibilità (davvero non remota) di un pericoloso effetto "rebound" nei confronti di chi lavora nel pubblico, rispetto a chi lavora nel privato. I quotidiani riferiscono, quasi giornalmente, di episodi di "malasanità pubblica" che si verificano un po’ ovunque nel nostro Paese (anche se più accentuato in alcune zone del Mezzogiorno d’Italia ), e spesso a farne le spese, anche in termini di credibilità, è il "materiale umano" che nella sanità lavora, ma che costituisce solo la base di una piramide, ai vertici della quale stanno le figure che davvero decidono le sorti delle persone e delle strutture di supporto al funzionamento della sanità italiana. Questa è la situazione. La necessità di valorizzare approcci umanistici, meno medicalizzati e più olistici, che tengano conto della persona nel suo insieme, che integrino i diversi saperi e gli ambiti disciplinari promuovendo dialogo, comunicazione e interazione tra i professionisti, che agevolino la diffusione di politiche intersettoriali che consentano la messa in atto di azioni multidimensionali, viaggia di pari passo con l’obbligo di risparmio a 360 gradi sulla spesa sanitaria. Pertanto il grande interrogativo è come far collimare la domanda di salute (alla luce dell’evoluzione che il concetto di salute ha maturato nell’ultimo ventennio), con l’offerta che deve necessariamente tenere conto del bisogno di risparmio. Non esiste una risposta univoca. Credo che chi occupa un ruolo dirigenziale all’interno della politica sanitaria, oggi non possa esimersi dal circondarsi di "tecnici" capaci di fare fronte nel miglior modo possibile alle necessità che, man mano, si presentano in questo ambito, certamente tenendo in considerazione gli "obiettivi di risparmio" (senza dubbio necessari). Pur riconoscendo che esistono numerose Commissioni nell’ambito del Ministero della Salute, nate con finalità ben precise volte a raggiungere il "target" di un miglior funzionamento della salute pubblica, tuttavia, spesso, queste non sono coordinate da persone che abbiano competenza di settore acquisita sia nei titoli di riconoscimento, sia sul campo, ma da figure che lì giungono esclusivamente su segnalazione di linee politiche. Forse se i partiti politici, di maggioranza e di opposizione, adottassero la strategia di mettere da parte l’assegnazione di incarichi basata principalmente sulle forze contrattuali all’interno di uno stesso partito, riconoscendo, invece, la meritocrazia, la tecnocrazia e ricercando le competenze specifiche in ambito sanitario tra i propri componenti, prestandoli alle istituzioni pubbliche affinché mettano a disposizione le proprie capacità peculiari, allora si potrebbe iniziare a pensare di poter fare coincidere prestazioni sanitarie effettuate da professionisti preparati, con la valorizzazione (confermando così la tradizione europea) del diritto alla salute che tenga conto della dignità umana, dell’equità e della solidarietà. E’ utopia? *Sezione Pri "Giovanni Spadolini", Torino |