Continuare una battaglia

Non cerchiamo l’identità repubblicana: intendiamo farla conoscere a tutto il mondo liberaldemocratico

di Francesco Nucara

Riflettendo sui pamphlet di Luigi Einaudi del 1957, "Prediche Inutili", mi è sembrato di rivivere la discussione che si è avuta nell’ultima Direzione Nazionale di venerdì 24 giugno 2011. Sulla base di un deliberato approvato dall’85% dei delegati al 46° Congresso nazionale del Partito, credo fosse dovere del segretario cominciare ad indicare gli strumenti perché tale deliberato prendesse corpo e sostanza.

Non per trovare l’identità repubblicana, bensì per farla conoscere ad un uditorio il più ampio possibile e per far riflettere gli "orfani" che "disperati" si aggirano nelle discussioni repubblicane. Sono in tanti a dichiararsi repubblicani e tuttavia, come diceva Giovanni Conti, repubblicani in senso pieno, storicamente parlando, sono solamente gli iscritti al Pri.

Agli "orfani" consigliamo di desistere dalla raccolta di firme di solidarietà del tutto inutili e secondo notizie "non controllate", come mi è stato scritto per altra occasione, talvolta false o ingannevolmente procacciate.

C’è un vizio antico che anima l’anarchismo imperante nel Pri. Ognuno si sente portatore di un’idea importante per il futuro del nostro partito, ma oltre l’idea, nulla. Non si può pensare di essere portatori di concetti avveniristici, ancorché legati alla nostra storia, se poi sul territorio non si riesce a trasferire queste idee al popolo, per cui dopo venti anni si hanno gli stessi iscritti e in una intera provincia non si è in grado di presentare una sola lista dell’Edera.

Il recente Congresso Nazionale ha deciso di voler realizzare il progetto liberal-democratico, ed è a questa realizzazione che tutti gli sforzi intellettuali dei nostri amati repubblicani devono dirigersi. Forse il concepire bei discorsi, carichi di sostanza culturale per carità, ma tese a produrre idee più o meno efficaci, in questo momento della vita del nostro Partito sono poco utili. Sostenere, come pure qualcuno ha fatto, che il progetto liberal-democratico è stato solo un escamotage per vincere il Congresso significa non aver capito nulla della storia del repubblicanesimo da Mazzini a Ugo La Malfa. Consigliamo a costoro di convincersi dell’impossibilità che l’85% del popolo repubblicano possa farsi abbindolare da una tesi senza substrato politico-culturale! Se ciò in ipotesi, ma solo per comodità di ragionamento, fosse vero, ci verrebbe facile, ma veramente molto facile, pensare che ad essere abbindolati sono stati i sostenitori della mozione cosiddetta "Terzo Polo". Chi vuole il Terzo Polo si deve sforzare di realizzarlo completamente evitando di costruire mozioni che nella pratica non valgono niente se poi politicamente, senza alcuna ragione programmatica, si sta con la sinistra moderata, e anche con quella estrema, magari utilizzando il consenso anche di chi sosteneva la mozione di maggioranza.

Non abbiamo avuto e non abbiamo fisime di schieramento. Siamo stati orgogliosamente e autonomamente repubblicani quando gli "anticipatori" della politica italiana ci indicavano lo scioglimento nel Pdl come unica soluzione per inseminare di cultura repubblicana il mondo politico italiano. Qualche anno prima però gli stessi anticipatori ci volevano buttare tra le braccia di Romano Prodi, salvo a cambiare idea qualche mese dopo.

Per fortuna tra la minoranza del Pri c’è anche chi riesce a ragionare sulle cose, come per altro dovrebbe fare chiunque intenda definirsi laico.

Abbiamo chiesto, nel corso della Direzione, aiuto economico, sotto qualsiasi forma, per realizzare un disegno che coltiviamo da tempo: una Fondazione Repubblicana. Solo Luciana Sbarbati ha dato disponibilità, se il progetto andasse avanti, a conferire parte del patrimonio immobiliare dei repubblicani marchigiani. Dai repubblicani romagnoli del Terzo Polo silenzi e astensioni. Sono cresciuti sotto una buona scuola, quella dell’egoismo personale e della teoria che i repubblicani (non si sa quali però) sono "merce avariata". Quante volte in questi anni me lo sono sentito ripetere! E tuttavia, malgrado i tanti errori commessi, non mi sono sentito mai "avariato". L’ossessione dell’ego ha fatto perdere la testa ad altri, sicuramente non al sottoscritto, che sempre per il bene del partito non ha mai badato ai propri interessi politici e men che meno personali. Ha infatti cambiato lo statuto del Pri per far entrare le minoranze in tutti gli organismi repubblicani e contro la volontà del novello pifferaio, che tanti topi seguono senza sapere l’approdo cui arriveranno.

Scriveva Mazzini sul "People’s Journal" il 1° agosto del 1846: "Ho spesso immaginato uno stato di cose in Europa in cui ogni intelletto, generoso, leale, e convinto della necessità di un credo unitario – di una dottrina generale che corrisponda all’innegabile movimento democratico che sta spingendo l’Europa e con l’Europa il mondo, verso nuovi destini – possa agire in base ai doveri imposti da tale convinzione", e così concludeva la prima parte dell’articolo citato: "Ma, se questo è effettivamente il programma della Democrazia, è anche il programma della maggior parte dei democratici? Sono essi, in generale, dal punto di partenza in vista dell’obbiettivo finale, all’altezza della loro causa? Io penso di no; e mi propongo di dimostrarlo esaminando le principali scuole che fanno da guida al movimento democratico. Può essere opportuno, dopo cinquant’anni di lotte e di sacrifici, valutare un poco dove siamo, ripercorrerne il cammino, e vedere se non abbiamo rischiato di andare fuori strada".

La citazione è troppo lunga, ma vista la sconcertante attualità, credo valesse la pena produrla.

Continueremo la nostra battaglia anche per soddisfare, caro Gambi, l’85% dei repubblicani obnubilati dal progetto liberal-democratico.