|
150 anni e una Repubblica ancora acerba/La guerra contro l’Austria, la liberazione delle terre irredente, la lotta per Roma L’Unità d’Italia nel nome di Mazzini di Francesco Nucara Oggi in tutta Italia gli Italiani festeggiano l’Unità di un Paese che per secoli è stato diviso e frazionato in Stati e staterelli, fino a quando non cominciò a nascere l’idea di Repubblica. Sono 150 anni di storia, seguiti a tante sconfitte e poche vittorie. L’importante, come sempre, non sta nel vincere una battaglia ma nel raggiungere l’obiettivo che ci si era prefisso. Quasi in contemporanea potremmo celebrare i 116 anni di storia repubblicana organizzata in Partito. E’ bene ricordare, però, che i repubblicani o, se si vuole, l’idea repubblicana nascono e crescono ben prima della loro organizzazione in Partito. A onor di Storia, il merito dell’Unità d’Italia va ascritto a coloro che, ancor prima della nascita dei due Eroi, Mazzini e Garibaldi, si sono battuti in una guerra di liberazione dall’asservimento al Papa e ai regnanti, poi sfociata nelle guerre d’indipendenza. Di un "partito repubblicano", seppur identificato nella sola Romagna, si parla almeno dal 1795. La prova la fornisce un dispaccio inviato al Direttorio di Parigi da tal capitano Sulkowski dell’Armata di Bonaparte in Italia. Il documento è stato riesumato dallo storico della Grande Rivoluzione François Furet e in esso si parla della rivolta antifrancese di Bologna: "Il disordine è fomentato da un partito molto forte e popolare (e per fortuna disarmato). Si definiscono rivoluzionari, e sono decisi a massacrare i francesi che gli cadessero fra le mani, a rifiutarsi di pagare i contributi pubblici, a ricattare i preti e a rapinare i nobili. Ecco ciò che oggi in Romagna va sotto il nome di partito repubblicano". A stretto ridosso della Rivoluzione francese abbiamo il primo documento che testimonia di un partito repubblicano e delle sue caratteristiche. E questo perché il più grande evento dell’Europa moderna è posto alla base delle radici del nostro partito, sia sotto il profilo ideale che sotto quello conflittuale. Mazzini stesso doveva avere un’idea di quel nucleo originario romagnolo, perché egli nutriva gli stessi sentimenti di questo nei confronti della Grande Rivoluzione. Ne capiva i valori, ne assimilava i metodi, ma ne criticava aspramente gli esiti. Ad esempio, Mazzini contestava l’idea di esportare e di difendere la rivoluzione con le armi, eppure riteneva che il problema della rivoluzione europea fosse il superamento di fatto di quella francese. La figura di Mazzini a cavallo del 150enario dell’Unità d’Italia ha riavuto una considerevole ribalta. E’ inevitabile che un paese, quando non trova esempi nel presente, riscopra quelli del suo passato. Va detto che non è facile fare i conti con l’opera di Mazzini, per la semplice ragione che non si tratta di un pensatore sistematico e nemmeno dottrinario. Federico Nietzsche lo conosceva di fama, lo incontrò in un viaggio in carrozza sulle Alpi svizzere e ne rimase impressionato. Una lettera di Nietzsche a Rodhe nel 1871 fornisce il ritratto di un Mazzini i cui occhi sembravano bracieri accesi in cui si consumava interamente la passione rivoluzionaria. Così Mazzini appariva e così era: un uomo interamente risolto nella lotta per la libertà del suo paese, a costo di travolgere una legalità costituita, attento a mantenere saldo l’orizzonte democratico. Mazzini cercava il consenso popolare, e se la sua lotta dispiaceva all’Austria per ovvie ragioni, il suo interclassismo sarebbe altrettanto dispiaciuto al marxismo, che lo avrebbe individuato presto come un avversario. Tuttavia Mazzini era un mediatore che si poneva obiettivi raggiungibili. Egli infatti, attraverso i suoi "discepoli" Fran-cesco Crispi e Rosolino Pilo, preparò lo sbarco dei Mille a Calatafimi e contemporaneamente fece svolgere quel lavoro di persuasione che portò Garibaldi – a parte gli eccessi più gravi di Bixio – a fare della conquista della Sicilia una passeggiata. Mazzini mise da parte il suo repubblicanesimo convinto, si scordò per un attimo della Repubblica Romana e pensò che fosse necessaria prima di tutto l’Unità d’Italia, per poter poi aspirare alla Repubblica. E così fu! Mazzini e Garibaldi avevano un comune pensiero: l’Unità d’Italia non sarebbe stata tale senza Roma e senza la dissoluzione del potere temporale del Papa–Re. E forse è per questo che tutt’oggi molti, nel Partito Repubblicano Italiano, considerano il 20 settembre del 1870 la vera Unità del nostro Paese. Tanti furono i repubblicani intransigenti che si opposero a Mazzini. Un contrasto inconcepibile per la "volontà sempre latente, sempre presente nel maestro, di accordarsi, di negoziare e di trattare per la guerra contro l’Austria, per la liberazione delle terre irredente, per la liberazione di Roma, contemporaneamente alla vecchia insegna ‘unità prima, libertà poi’" ("I repubblicani dopo l’Unità", Giovanni Spadolini). Questo è ciò che servirebbe anche ai repubblicani di oggi che non comprendono o, meglio ancora, non vogliono comprendere il valore dell’unità nel Partito Repubblicano Italiano. I repubblicani hanno pieno diritto a rivendicare un ruolo di primo piano nel processo storico che portò all’Unità d’Italia. Come ha affermato il prof. Peluffo in una tavola rotonda tenutasi il 10 marzo scorso presso la Biblioteca Moderna: "La Repubblica Romana del 1849 è il vero nocciolo dell’Unità d’Italia". Molti di noi, compreso il sottoscritto, pensano che la vera Unità d’Italia si sia conclusa con la caduta del fascismo e la nascita della Repubblica Italiana. Qualcuno, ahimè, tutt’oggi, pensa di ritornare all’Italia degli Stati e staterelli. I repubblicani hanno il dovere di impedirlo: essi sanno bene qual è il loro dovere e lo eserciteranno. |