1861-2011: un secolo e mezzo

Il lungo percorso per divenire un vero Stato

di Mauro Mita

1861 – 2011. Un secolo e mezzo. E’ il tempo che ci separa dalla proclamazione, il 17 marzo di centocinquant’anni fa, dalla proclamazione dell’Unità d’Italia. Una nazione già nata prima di Roma, ma non divenuta mai stato fino agli albori del Novecento, di quello che è stato chiamato il "secolo breve". Colpisce il fatto che già nel crepuscolo del medioevo, il nostro sommo poeta, nel pieno delle lotte fra guelfi e ghibellini, definiva la sua Italia "serva di dolore ostello, non donna di province, ma bordello". Un’Italia, che fin dal V secolo dell’era cristiana, si pose al centro della civiltà europea, con i suoi liberi comuni e con quel modello di vivere insieme che culminò negli "anni d’oro" del Rinascimento. Fu il tempo in cui l’Italia divenne oggetto di ammirazione dell’Europa nascente, insieme con la sua lingua, le sue arti e la sua scienza. Poi tutto si fermò a Trento, in quel "Concilio" oscurantista, dove, come scrisse Francesco De Sanctis, si ebbe la "Controriforma senza la Riforma".

E siamo agli albori del Settecento, il secolo dell’Illuminismo, germe di quel "risorgimento" che Ugo Foscolo, autore prediletto del giovane Mazzini, invocava nei suoi "Sepolcri", quando, riferendosi a Vittorio Alfieri, scriveva dell’Italia che "le mal vietate Alpi e l’alterna onnipotenza delle umane sorti armi e sostanze t’invadeano ed are e patria, e, tranne la memoria, tutto". E’ in questi versi il primo nutrimento spirituale di Giuseppe Mazzini adolescente, che, nutrito di amor patrio, fisserà nel giuramento della "Giovane Italia", che è la Carta fondamentale delle riscossa italiana. Vale la pena di citare l’incipit di questo "giuramento", senza il quale non si comprenderebbe l’epopea risorgimentale: "Nel nome di Dio e dell’Italia; Nel nome di tutti i martiri della santa causa italiana, caduti sotto i colpi della tirannide, straniera o domestica, e pei doveri che Dio m’ha dati (…) Credente nella missione commessa da Dio all’Italia e nel dovere che ogni uomo, nato Italiano ha di contribuire al suo adempimento (…) Do il mio nome alla Giovine Italia, associazione di uomini credenti nella stessa fede, e giuro di consacrarmi tutto e per sempre a costituire con essi l’Italia in nazione Una, Indipendente, Libera, Repubblicana".

E’ in queste parole l’atto di nascita del movimento repubblicano, segnato da una storia mai compiuta e sempre rinnovata. Una storia che segna il lungo e accidentato percorso di quello che è oggi il Partito Repubblicano Italiano, ancora alle prese con l’annoso dilemma di una Repubblica incompiuta.

Ma un fatto nuovo e imprevisto è accaduto sulla via da percorrere come sbocco della questione nazionale: l’irrompere del separatismo, dei localismi, degli integralismi tribali, etnici e confessionali. Un irrompere che ha impedito e impedisce tuttora l’opera di quella testimonianza di fede e di martirio che ha segnato le lotte dell’unità nazionale. Si spiega così perché nel mondo globalizzato è sempre più difficile conciliare le due parole-chiave che Romagnosi poneva come condizione imprescindibile del federalismo riuscito: ossia "uniformità" e "varietà". "Le piccole teste - diceva – sono soggiogate dall’idea dell’uniformità. L’uniformità poi è più comoda perché dispensa dal pensare (…). I gretti ammiratori d’un aspetto solo ben ordinato crederebbero di peccare soggiungendo varietà". Ecco perché nel mondo globalizzato è sempre più difficile conciliare "uniformità" e "varietà".

L’irrompere dei localismi e degli integralismi tribali, etnici e confessionali si tinge sempre di più di xenofobia, sia in Italia che in Europa. E’ questa l’amara constatazione che segna le celebrazioni dell’Unità italiana.

Festeggiamenti che il Partito Repubblicano Italiano sente come parte stessa della sua identità. Una identità, che a partire dalle battaglie del Risorgimento, si rafforza lungo un processo che attraversa tutto il Novecento fino all’avvento della Repubblica, la cui Carta fondamentale resta la "grande e incompiuta". Perché? La spiegazione sta innanzitutto in quella sorta di permanente lotta civile dove "destra" e "sinistra" confermano l’antica riflessione di Ortega y Gasset, quando scriveva che "la destra e la sinistra sono due forme che attualmente si offrono all’uomo per diventare imbecille". O siamo a Cattaneo, quando in una lettera ad Antonio Rosmini spiegava che in sanscrito Abele significa possidente e Caino nullatenente. Il possidente di oggi può diventare il nullatenente di domani, e viceversa. Ecco perché la "destra" di oggi può diventare la "sinistra" di domani, e viceversa. A questo punto è un non senso chiedersi se il Partito Repubblicano, nel centocinquantesimo anno dell’Unità d’Italia sia un partito di "destra" o di "sinistra". Restiamo il partito di Mazzini che vuole superare quegli inutili steccati che segnano la lotta politica in Italia e che impediscono, come diceva uno dei nostri "maggiori", di conciliare la destra con la Repubblica e la sinistra con la Nazione.