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Giorno importante? Per i Savoia Poco senso nazionale: colpa della classe dirigente di Oscar Giannino Sì, la festa per l’Unità d’Italia è un’ottima ragione per me di tornare sulle amate colonne della "Voce Repubblicana". Sì, per un repubblicano cresciuto nei campi estivi – allora si tenevano, eccome - della Federazione giovanile repubblicana imparando a cantare a voce spiegata "morte a Franz, viva Oberdan", l’Unità d’Italia e l’epopea risorgimentale sono e non possono che essere un valore forte. Tuttavia, lasciatemi anche dire una cosa da repubblicano vecchio, o almeno non più giovane repubblicano. Perché noi cantavamo anche scanzonatamente "bruceremo le chiese e gli altari, bruceremo le ville e le regge, coi budelli dell’ultimo prete impiccheremo il papa e il re". E per questo, pur con tutto lo spirito di ricomposizione e pacificazione verso ogni componente della storia patria e senza nessuna nostalgia per la divisione in campi avversi, lasciatemi dire che l’Unità d’Italia meritava di essere festeggiata in una data diversa. Per almeno tre ordini di ragioni. La prima è di ordine storico. Ma dico io, dovevamo scegliere proprio la data in cui viene approvato l’articolo unico "Vittorio Emanuele II assume per sé e per i suoi successori il titolo di Re D’Italia"? Approvato da un Parlamento che non era nazionale affatto, visto che a quella data all’ex Stato Sardo mancava ancora Mantova in Lombardia e tutto il Veneto, tutto il Friuli e tutto il Lazio? Per tacere poi dell’attuale Trentino Alto Adige, che arriverà sconfitto e annesso 60 anni dopo, al termine della prima guerra mondiale; e c’incazziamo pure che la SVP dica di non avere niente da festeggiare? E non abbiamo proprio niente da ridire sul fatto che il Re di Sardegna preferì per non scontentare la sua aristocrazia continuare a chiamarsi Vittorio Emanuele "secondo", a differenza di quel che aveva fatto Enrico III di Navarra che, divenuto Re di Francia, divenne Enrico IV perché quella era l’ordinale nazionale, esattamente come fece Giacomo VI di Scozia allorché si chiamò Giacomo I d’Inghilterra? Fate voi, ma a me l’Unità piace, eccome, ma questa data poco mi sconfinfera, l’Italia era disunita ancora e quel giorno contò innanzitutto per i Savoia, pace all’anima loro e un ballo pieno di simpatia per il loro attuale erede televisivo. Oltretutto, dei 170 mila che votarono per quel Parlamento di duchi e principi su 26 milioni di italiani dell’epoca, 70 mila erano dipendenti statali: sai che festa da ricordare... La seconda ragione è per il pasticcio con cui lo si è deciso. Ci siamo inventati all’ultimo secondo un ponte lungo che ci abbasserà reddito e produttività. Un messaggio assolutamente sbagliato, almeno per me. Tanto che ho brindato quando Confindustria e tutte le altre associazioni d’impresa l’hanno fatto presente. Respinte tra gli improperi. E il ridicolo è che ho dovuto leggere, sul "Corriere della Sera", un fondo del solitamente ottimo Gianantonio Stella in cui si diceva: ma quante storie, ci sono Paesi al mondo che lavorano meno di noi e con più feste ma sono più avanti. Con questo criterio, si può fare anche la festa fatta al buon senso. Come il gatto fa la festa al topo, però. Tanto è vero che all’ultimissimo secondo in Consiglio dei ministri nel decreto è stato inserito un comma che per la copertura delle spese alle imprese chiama in causa il 4 novembre, che però non è più festa e dunque alla fine ne verrà fuori un caos con qualcuno che sicuramente impugnerà la norma. Al di là del colore, è il caso di avanzare anche una terza riflessione di fondo. Sulla ragione profonda per cui l’Unità e il senso nazionale da noi è, di fatto, assai meno diffuso che altrove. Credo sia una riflessione che spetti innanzitutto a chi li difende, i valori del Risorgimento, a chi si riconosce nella storiografia liberale dei Rosario Romeo, non in quella gramsciana e marxista che del Risorgimento e Unità ha sempre aspramente criticato elitarismo e mancate risposte alla questione agraria e sociale. La mancanza di senso nazionale equivale per me al grande fallimento storico delle classi dirigenti italiane. Diedero il meglio di sé nei primissimi anni della destra storica, dall’erculeo sforzo dei codici dell’unificazione. Ma già con Depretis e il trasformismo ecco la debolezza storica del parlamentarismo italiano. Capace di minare consenso e risultati anche della stagione più riformistica della storia italiana, quella giolittiana. Contro la quale il radicalismo della sinistra democratica, Gaetano Salvemini su tutti, finì per vibrare colpi tanto duri da rafforzare da una parte il senso di estraneità al compromesso politico necessario, per far entrare e radicare nelle istituzioni masse cattoliche e masse socialiste, e da costituire dall’altra – del tutto involontariamente – il terreno più fecondo per i fermenti antisistema che sfociarono poi nel fascismo da una parte, e nel comunismo dall’altra. L’Italia di popolo, fattasi solo nelle trincee insanguinate del primo conflitto mondiale, dopo poco era Italia di regime. Al quale le classi dirigenti non seppero dare, tranne minoritarissime eccezioni, che consenso opportunista. Il primo cinquantennio della Repubblica, nata sotto la confluenza costituzionale di cattolici e sinistra comunista, non poteva che vedere minoritari i valori unitari che pure avevano animato il Risorgimento. Il successo liberale malagodiano negli anni Sessanta, quello repubblicano negli anni Ottanta dopo i governi Spadolini, quello socialista craxian-garibaldino in nome dell’autonomismo dal Pci, non hanno che a malapena scalfito l’edificio politico-istituzionale i cui pilastri di fondo erano quelli del compromesso solidarista da una parte e internazionalista dall’altro: quanto di più avverso ai valori liberal-borghesi che, infatti, nessun "classico" grande romanzo italiano ha mai affrontato se non per descriverne decadenza e inanità, da De Roberto a Tomasi di Lampedusa, da Moravia a Pratolini, da Vittorini a Pavese. E’ da questo duplice fallimento - dei valori liberal-borghesi, e della prassi amministrativo-istituzionale del continuo compromesso tra avversi all’idea di nazione – che derivano i due mali italiani storicamente più gravi, le due mine che ancora attentano a un’Italia seria: una pubblica amministrazione ipertrofica e incapace di quell’autonomia e indipendenza e senso dello Stato prescritti dall’articolo 97 della Costituzione figlio della lezione di Silvio Spaventa; il drammatico divario tra Nord e Sud. Un divario che per 130 anni su 150 sempre si è aggravato, tranne che nella parentesi 1951-1971 come ha benissimo scritto e documentato il mio amico Luca Ricolfi. La questione settentrionale, che da vent’anni si è affermata nel Paese, non è colore intollerante e xenofobia. La riunificazione tedesca come lo sviluppo spagnolo postfranchista ci hanno offerto grandi prove storiche di come i divari territoriali possano essere attenuati e colmati, con rigore di finanza pubblica, meno tasse e più produttività e investimenti nell’economia privata. La malattia italiana, la bassa crescita, è il prodotto malato di uno Stato "sbagliato" e di un Sud depresso. La mia maniera di festeggiare l’Unità - anche e persino nel giorno caro ai Savoia – sarà dunque quella di continuare a credere che esiste ancora una via coerente ai valori liberali e di mercato, perché nel prossimo futuro si possa venire a capo di entrambi i mali. |