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Rendere onore ai patrioti Quei giovanissimi che ebbero la forza del sacrificio di Francesco De Nisi A distanza di 150 anni dalla legge n. 4671 del Regno di Sardegna, poi diventata la prima legge del Regno d’Italia, che proclamava nel suo "Articolo unico: Il Re Vittorio Emanuele II assume per sé e suoi Successori il titolo di Re d’Italia", credo che oltre ai legittimi e doverosi festeggiamenti per l’Unità d’Italia sia d’obbligo anche un serio momento di riflessione su quanto fatto in questi 150 anni. Viviamo oggi veramente in una Repubblica, unita, libera ed indipendente come propugnava la Giovine Italia di mazziniana memoria? Ad una prima lettura sembrerebbero tutti traguardi ottenuti nella storia del nostro paese, ma se noi "per Repubblica non intendiamo una mera forma di governo, un nome, un’opera di reazione da partito a partito, da partito che vince a partito vinto", intendendo piuttosto "un principio, un grado di educazione acquistato dal popolo, un programma di educazione da svolgersi, un’istituzione atta a produrre un miglioramento morale", ebbene se così è, come credo, forse oggi non viviamo nella Repubblica che gli eroi risorgimentali auspicavano, e per la quale hanno dato la vita. Il 17 marzo si festeggia l’Unità d’Italia in tutto il Paese grazie all’intervento di Napolitano, necessario per superare i vari e titolati tentativi di boicottaggio che si sono aggrappati al senso del dovere, alla crisi economica, celando verosimilmente un certo fastidio o prurito a dover omaggiare un concetto avverso il quale sono stati fatti più di vent’anni di battaglie. E allora può dirsi veramente unita quest’Italia? Un’Italia affetta da gravissime forme di campanilismo che arrivano a picchi di secessionismo, un’Italia che in un secolo e mezzo non è stata in grado di risolvere la questione del Mezzogiorno, stella polare della politica repubblicana, considerando di primaria importanza il federalismo municipale, mentre in Germania sono bastati vent’anni per riportare la parte Est del paese a livelli socio-economici accettabili per una delle grandi potenze dell’Occidente. Almeno possiamo dire di vivere in un paese indipendente? Certo, se non consideriamo le continue e quotidiane ingerenze dello Stato Vaticano nella politica nazionale, o piuttosto la totale dipendenza economico-energetica che abbiamo con i paesi circostanti, che ci spinge a stringere rapporti anche con stati dittatoriali od oligarchici. Paese libero invece lo sarà quando i suoi cittadini potranno tornare a scegliere i propri rappresentanti, quando i partiti, nati come strumento primario e fondamentale per la democrazia, verranno riconosciuti e disciplinati con regole certe e chiare, e potranno proporre la loro politica senza doversi ridurre a una scelta tra dentro o fuori dei contenitori privi di contenuto. Questa riflessione dal retrogusto amaro potrebbe portare a pensare che non ci sia nulla da festeggiare, ma non è così, anzi, il 17 marzo bisognerà festeggiare con convinzione, bisognerà rendere onore a quei giovani, giovanissimi, che sono giunti all’estremo sacrificio per perseguire un ideale, un sogno, affinché altri potessero vederlo realizzato. Ed è allo spirito di quei giovani, allo spirito di Mazzini, di Garibaldi, di Mameli, di Saffi e degli altri che hanno preso parte ad un’impresa per troppo tempo sottovalutata, anche e soprattutto da coloro che ne hanno beneficiato in seguito, è proprio a quello spirito che si devono ispirare le nuove generazioni. C’è ancora molto da fare per realizzare quell’Italia che voleva Mazzini, ma "siamo forti ed ostinati, abbiamo per noi l’istinto della gioventù, del popolo d’Italia". |