Bandiere tricolori alle finestre

In ogni famiglia la memoria del nostro eroico passato

di Alessandro Cecchi Paone

Prima timidamente, poi con più convinzione, sono apparse le bandiere tricolori alle finestre e ai balconi delle città italiane per i primi 150 anni dell’Unità nazionale. Una bella manifestazione di amor patrio, per molti versi inaspettata, sorta spontaneamente a macchia di leopardo lungo lo stivale. Per esempio Torino era già tutta imbandierata fin da lunedì, Milano si è mossa il giorno dopo grazie alla libreria Mursia che si è messa in proprio a distribuire il tricolore ai cittadini. E poi è cominciata la rincorsa dei ritardatari. Se entro il 17 avremo in giro tante bandiere italiane quante quelle della pace esposte ai tempi della guerra in Iraq sarà un grande evento.

Anche una bella risposta di chi, sgomento, ha seguito il non bello spettacolo di una classe dirigente arrivata alle soglie dell’anniversario in ordine sparso e discorde, con la definizione di una festa nazionale così importante avvenuta in extremis e addirittura senza l’appoggio di un’importante forza di governo.

Certo nessuno si aspettava che l’Italia diventasse come la Francia o gli Stati Uniti, così più antichi e orgogliosi di noi dell’identità collettiva, e dunque perennemente imbandierati e sacralmente devoti alle date del 14 e del 4 luglio, ma di più e meglio si poteva fare. Si chiacchiera tanto della mancanza di una religione civile nel nostro paese, ma quale poteva e doveva essere se non quella nata dal Risorgimento? Purtroppo si è tentato di farne strage, spesso con successo. Forse proprio perché è stata, come a noi repubblicani piace ricordare a tutti, l’unica parziale ma gloriosa forma di rivoluzione borghese e liberale e laica che ha portato un po’ di modernità nella penisola. Non dobbiamo far dimenticare mai che la reazione monarchica, borbonica e papalina ai tentativi settecenteschi di liberazione dall’alleanza fra trono e altare ha consegnato a Napoleone un’Italia senza codice civile, struttura amministrativa e cimiteri degni di un paese normale. Non ci possiamo fare illusioni: ai vertici del paese non tutti possono o vogliono celebrare un grande paese come si dovrebbe a causa di distinguo, furbizie, interessi contrari, spinte centrifughe, compresenza di poteri condizionanti sia sul piano politico che economico. Come sempre ci siamo salvati in passato, e ci salveremo in futuro, grazie al rapporto il più stretto possibile con le grandi democrazie occidentali e i valori che incarnano. Oggi rappresentati dall’Europa allargata che, non a caso, non trova il plauso frequente di chi ha snobbato il centocinquantenario dell’Unità nazionale. Che non è naufragato perché in ogni famiglia d’Italia c’è memoria dei momenti alti delle guerre di Indipendenza, che Spadolini ci ha insegnato a estendere fino al primo conflitto mondiale; dell’epopea di chi ha dato la vita e comunque la passione di una vita all’idea di patria; dell’orrore provocato da visioni autarchiche e illiberali della gestione del paese; della speranza legata al ripudio degli insegnamenti sbagliati delle tre chiese dell’arretratezza e alla ritrovata libertà con la Resistenza e la Liberazione alleata.

Forse oggi ogni italiano, se ci pensa, può ritrovare il filo comune che lega al passato l’orgoglio di essere divenuto, nonostante tutto, perché libero, anche un cittadino del mondo privilegiato quanto a benessere e qualità della vita quotidiana. Ognuno di noi capirà così che oltre il tricolore, che tutti avrebbero dovuto esporre quest’anno, la nostra assicurazione sul futuro sarà di abbinarlo sempre al vessillo europeo, che è, come ci ha sempre insegnato Ugo La Malfa, la bandiera della civiltà e della modernità.