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La monarchia che voleva escludere le masse Un desco per il conte di Cavour di Riccardo Bruno Sono nato il 17 marzo 1961, cento anni esatti dall’Unità d’Italia. A cinque anni mio padre mi portò al ristorante "il Cambio" a Piazza Castello a Torino per farmi mangiare sotto la targa dorata che ricordava il tavolo a cui si sedeva abitualmente il Conte di Cavour. La mia famiglia paterna era liberale, con il mito di Camillo Benso, e i miei primi libri erano tutti dedicati alla sua biografia. Detestai Cavour sin da bambino e oggi, pure riconoscendogli il genio politico che gli attribuisce Rosario Romeo (per dire uno storico formidabile fra altri cento), non l’ho mai amato e nemmeno mai mi è piaciuto. Mi sono convinto da piccolo che il Conte di Cavour fosse intimamente un debosciato ed un vizioso e usasse la politica come una droga per contenere le sue cattive inclinazioni. Qualunque cosa abbia letto poi sulla sua figura, non riesce ad emanciparmi da questa opinione, mi dispiace. A me Cavour è continuato a sembrare uno che stava al tavolo della politica come un giocatore d’azzardo che prova e riprova la fortuna, anche se, come direbbe Shakespeare, con della logica in tanta follia. Se da bambino detestavo Cavour e non osavo dirlo a mio padre, odiavo ancora di più casa Savoia. I Savoia erano disprezzati dalle altre monarchie regnanti perché considerati dei volgari e arroganti "parvenu". Vittorio Emanuele mi era parso pavido con Garibaldi a Teano in quella che fu la mia prima impressione politica. Avevo sette anni. E’ curioso ma il mio Risorgimento era tutto Savoia, Cavour e un poco Garibaldi. Finiva lì. Poi conobbi subito la Rivoluzione francese. I primi libri di Albert Mathiez li scovai illustrati in biblioteca a dieci anni. E che vi devo dire: il Risorgimento mi parve davvero poca cosa. Io ero giacobino: la testa ai re la si tagliava. Chiedo scusa per la digressione personale, ma a volte la sensibilità dell’infanzia condiziona il tempo futuro. E mi sono chiesto se questo vale non solo per gli individui, ma in astratto anche per gli Stati, e quindi bisogna vedere subito i primi passi compiuti. Perché i primi passi della nostra unità nazionale sono disastrosi. La Monarchia sabauda e il Conte di Cavour sono tutti preoccupati di evitare un coinvolgimento popolare insurrezionale che li potesse scavalcare, o a non dispiacere la Francia, a non mortificare il pontefice. E poi temono più di tutto quella che definiscono la "feccia mazziniana", che contano di spazzare via al più presto. La "feccia mazziniana" non l’ho conosciuta da bambino, ma in età più adulta e me ne sono fatto un’idea molto precisa, e cioè che questa sia la vera e autentica nobiltà del Risorgimento, l’unica tradizione a cui guardare ancora a distanza di centocinquant’anni e passa perché, come sappiamo, Mazzini è rivoluzionario fin da giovanissimo. Poi era Cavour che voleva "la libera Chiesa in libero Stato", una formula considerata di grande saggezza che a me pare una sciocchezza. I rivoluzionari francesi, i preti li sgozzavano e si erano fatti una chiesa asservita alla Repubblica. La regina Elisabetta "la Grande", due secoli prima, aveva fatto altrettanto eliminando il clero di Roma e scegliendosene uno suo. In Germania c’era Lutero. I grandi Stati moderni erano nati nel sangue, e sangue chiama sangue. Noi invece eravamo contriti perché una guardia pontificia era rimasta uccisa a Porta Pia. C’è persino chi se ne lamenta ancora oggi. Quando si è deciso che dovevamo festeggiare il 17 marzo 1861, mi sono detto: e sì, ci tocca. Festeggiamo la data di uno Stato unitario in cui Mazzini è morto in segreto, ché c’era paura a chiamare il medico, ché la galera dei Savoia era peggio della malattia. E peggio della galera dei Savoia c’era quella dei fascisti - e sono altri vent’anni. Il fascismo è fenomeno molto complesso storicamente e chi ha studiato De Felice sa bene di dover calibrare il giudizio; ma, per chi viene da una famiglia ebraica, come la mia, costretta all’esilio o a nascondersi per non essere deportata, è molto duro questo giudizio così circostanziato. E comunque sono d’accordo: bisogna festeggiarlo il 17 marzo, ma giusto una volta ogni cinquant’anni. Ogni anno noi repubblicani festeggiamo il 25 aprile e il 9 febbraio. |