Intorno al lascito di Giuseppe Mazzini. Mentre il patriota resta scolpito nel Risorgimento, il pensatore ci offre molti stimoli per riflettere/Il rapporto fra i sistemi in Europa e in America. La dialettica fra diritti individuali e l’affermazione dei principi generali. Come il vecchio Continente ha raccolto l’eredità giacobina

Questo bicentenario per ricordare uno dei più grandi democratici della nostra storia

Trascrizione dell’intervento pronunziato il 9 febbraio 2005 durante il convegno "Mazzini nostro contemporaneo", Roma, Sale delle Colonne, Camera dei deputati.

di Ferdinando Adornato*

Voglio intanto ringraziare di cuore Giorgio La Malfa per avermi invitato a partecipare a questo pomeriggio di discussione, perché mi ha dato l’opportunità di rileggere cose che ovviamente non avevo più presenti e di riscoprirle grazie all’aiuto del professor Mastellone in una dimensione che non ricordavo.

Dico subito che condivido la tesi che è stata qui enunciata e che è la tesi chiave del nostro incontro. L’eroe, il cospiratore, il cospiratore democratico diciamo così, per abbattere tirannie o sistemi di ingiustizia, non resta nel tempo, resta nella storia, ma non resta nel tempo. Il pensatore politico è eterno, e credo che a questa dimensione, da questo bicentenario in poi almeno, credo che noi dobbiamo insieme non lasciare più da solo il professor Mastellone, che in gran parte dice il vero (si riferisce agli studi di Mastellone, incentrati sull’importanza di Mazzini come pensatore democratico di livello europeo, ndr).

La sostanza della cosa che stavo affermando è esattamente quella che lei diceva, professor Mastellone, cioè di non lasciare lei più da solo in questa battaglia, che a questo punto può diventare una battaglia comune, e chi ha gli strumenti per condurre questa battaglia ha il dovere di darle una mano per mandare avanti questa tesi, che è la tesi di questo pomeriggio.

Mazzini è un pensatore politico di prima grandezza e viene da chiedersi tutto quello che lei si chiede, professor Mastellone: perché è avvenuto, perché siamo colpevoli di questa trascuratezza non da poco, e poi perché, lo ricordava prima il collega che è intervenuto, perché poi Mazzini ha perso, storicamente, nella sua epoca.

Un percorso incompiuto

Svolgerò qualche riflessione su questi punti: democrazia in Europa, democrazia in America, sono state messe in relazione. Intanto ci si deve chiedere quanto è durata la democrazia in Europa? Possiamo dire che essa ha attraversato l’800 in modo assai incompiuto, travagliato, contestato, per approdare incompiuta, tutto sommato, alla prima guerra mondiale. Dunque, per essere più positivi, si può dire che la democrazia in Europa è durata poco, molto poco; per essere più negativi si può dire che la democrazia forse in Europa non c’è mai stata in modo compiuto, perché immediatamente dopo la prima guerra mondiale siamo entrati nell’era dei totalitarismi.

Questo è un perché ancora più grande, questo è un perché ancora più grande che forse racchiude i perché che ci siamo posti su Mazzini. Io credo che abbia molto a che fare la spiegazione, se una spiegazione sola ci può essere, con la democrazia in Europa e la democrazia in America, con questo sistema di relazioni che lega Mazzini a Tocqueville. Io condivido questo e dico subito, per chi non fosse d’accordo con quello che dico, che io mi muovo in una interpretazione che già per primo, in forma meno sistematica dette Giacomo Leopardi e poi tanti altri pensatori, una interpretazione negativa da un punto di vista della ispirazione sistemica, diciamo così, di filosofia pubblica, della rivoluzione francese. Mentre penso che l’ispirazione di filosofia pubblica che ci viene dalla rivoluzione americana sia non solo migliore, ma anche l’unica utilizzabile dall’umanità per gestire una democrazia che, come si sa, diceva Churchill, è la peggiore delle forme di governo, fatta eccezione per tutte le altre.

Credo che molto del perché generale e dei perché relativi a Mazzini che venivano qui evocati, nasca da questa circostanza per la quale noi ovviamente europei continentali siamo stati molto più influenzati dai principi di filosofia pubblica della rivoluzione francese che da quelli della rivoluzione americana.

Non ho qui il tempo di approfondire una conosciuta distinzione tra queste due filosofie pubbliche: mi limito a ricordare una cosa: nell’ansia di sostituire il Dio che proteggeva i monarchi si è ovviamente sostituito il Dio con un altro essere supremo, cioè con la ragione. Viceversa, la filosofia pubblica americana dichiara, pur avendo fondato il paese più secolarizzato che esista sulla faccia del pianeta, dichiara e continuamente dichiarano i suoi leader politici ancora oggi di prendere ispirazione da Dio, dalla Fede e dalla Divina Provvidenza. Basta elencare questa principale differenza, e seguono tante altre.

Più giacobinismo che rivoluzione americana

Credo che per Mazzini la risposta al perché della mia domanda vada ricercata in questa distinzione: essere stata l’Europa appunto maggiormente pervasa dai principi di filosofia pubblica della rivoluzione francese e quindi anche dal giacobinismo, ovviamente, che da quelli della rivoluzione americana. E sottolineo la non piacevole circostanza, per noi, che è vero che alla fine la democrazia ha vinto, ma non la democrazia europea. Ha vinto la democrazia americana, perché nel ‘45 non siamo stati noi europei a liberarci da soli dei guasti che noi stessi avevamo immaginato e messo in opera.

Quindi ancora peggiore il giudizio - giusto - che lei dà, che cioè Mazzini ha vinto, ha perso nell’800 e ha vinto nella seconda metà del ‘900, ma ha vinto grazie agli Stati Uniti. Quello che voglio dire è che anche il perché su Mazzini può essere rintracciato all’interno di questo orizzonte. In fin dei conti se si legge il suo "Manifesto", beh, io trovo più vicinanze con la filosofia pubblica americana che con quella francese. Non è una coincidenza, ma sicuramente, se devo fare un calcolo del droghiere in questa circostanza, e per farmi capire cerco di farlo, e cioè quanti chili, quanti etti di filosofia pubblica derivante dall’illuminismo francese e quanti dall’illuminismo scozzese o anglosassone e comunque dai padri fondatori americani, allora la bilancia pende da quella parte.

La stessa concezione Dio - popolo, richiama quell’arca dell’alleanza che la Bibbia espone. Insomma Mazzini parte sempre dalla fede, come ispirazione della democrazia. Questo non poteva andar bene nell’epoca. Egli dice diverse volte la parola fede, dice che è ineliminabile il carattere religioso della democrazia, credo ciò sia quasi testuale: è ineliminabile. Tra l’altro, nella critica al comunismo - e qui rivalutiamola questa critica di Mazzini al comunismo - in sostanza Mazzini concepisce il comunismo come forma estrema di utilitarismo.

Ma volevo anche parlare della così intransigente distinzione tra diritti e doveri in Mazzini. Se si fa un po’ di mente locale, beh, noi intanto ricordiamo il punto centrale di Mazzini sui diritti, sintetizzandolo e citando da lui: "La dottrina dei diritti ha dato agli uomini la capacità di agire, ma quale sarà adesso la loro azione?". Dunque Mazzini ovviamente concepisce e vede con favore la conquista dei diritti individuali, ma dice che i diritti dell’individuo in sé poco sono, se non ci sono dei principi comuni all’umanità, che ispirino la sua azione. E io credo che questo sia il punto fondamentale, che avvicina e fa pendere la bilancia dalla parte che io ricordavo prima, perché l’individualismo liberale - non l’individualismo libertario e neanche se volete l’individualismo liberista, e non parliamo poi dell’individualismo stirneriano o irrazionale - non è affatto un individualismo che nega l’esigenza di valori condivisi o di fonti ispiratrici dell’agire comune. Quando noi magari ci meravigliamo che appunto gli Stati Uniti, il paese più secolarizzato del pianeta, sia anche il paese più religioso o capace di sentirsi più unito su alcuni valori condivisi perfino da un punto di vista militare, beh, stiamo guardando una luna nella quale una faccia ci parla dei diritti individuali, mentre l’altra faccia ci parla di una coesione, di una ispirazione, di un’educazione allo stare insieme.

La triade usata da Mazzini

Mazzini spesso ricorda in questi scritti che la triade chiave dell’ispirazione comune di una democrazia è: famiglia, nazione, umanità. Queste sono le tre parole che lui usa. Oggi, faccio solo una parentesi, perché io non voglio entrare nella politica quotidiana, ma una parentesi la devo fare, oggi questa teoria dei diritti individuali di Mazzini è di grandissima attualità - non per polemizzare - ma in direzioni diverse da quelle che Marino diceva, perché Mazzini contesta la dittatura dei desideri o la illusione che attraverso l’espansione generale della soddisfazione di qualsiasi diritto individuale si possa ottenere la felicità, senza richiamarsi a principi comuni ispiratori. Quindi Mazzini dice: accanto al diritto individuale c’è il diritto della comunità, c’è il diritto della specie, ci sono dei diritti di tipo diverso che lui chiama anche doveri, ovviamente rispetto alla tradizione, rispetto alla storia.

E quindi io credo che questo punto sia di grandissima attualità, perché nella cultura europea contemporanea dagli anni ‘60 in poi, ciascuno di noi, secondo me nessuno escluso, è stato abituato a pensare che il benessere di una democrazia corrisponde alla più ampia soddisfazione dei bisogni e dei diritti individuali. Che non ci siano altre cose. Quindi è lesa democrazia, è lesa laicità, se una comunità o un Parlamento decidono di tenere conto di diritti che non sono solo quelli individuali, ma sono diritti di specie o diritti di comunità. Questi non esistono: la democrazia è uguale a benessere individuale. Io credo che attraverso questa via noi abbiamo finito tutti, nessuno escluso, sinistra e destra, per confondere il benessere dei valori con il valore del benessere, che non è solo un gioco, come voi capite, non è solo un gioco di parole.

Ad ogni modo, chiusa la parentesi. Concludo. Per non voler tirare Mazzini per forza dalla parte della mia tesi, elenco un punto invece che lo pone a distanza dalla filosofia pubblica o per lo meno non lo fa coincidere del tutto con quella che io giudico in parte la sua collocazione filosofico - politica accanto ai principi di Filadelfia. E’ un fatto che Mazzini affida al Governo - forse si può tradurre anche Stato, ma qui non lo so - questi valori condivisi. Il governo è agente principale del rispetto del dovere. E qui evidentemente c’è una inversione di distanza da Filadelfia, più volte Mazzini ripete la sua contestazione a chi pensa che il Governo sia un male necessario, e sembra dire invece che è un bene prezioso. E allora su questo punto c’è una distinzione, perché in realtà appunto nella filosofia pubblica americana si tenta di dire che il Governo deve avere meno potere possibile per non essere invasivo della vita degli individui.

Mazzini invece - qui forse c’è un tributo europeo - fa una esaltazione del ruolo del Governo e del suo potere di persuasione, forse c’è un ideale platonico di un Governo dei migliori, di un Governo degli eletti. E accanto a questo esiste questo concetto di educazione progressiva del popolo, che evidentemente anche qui crea un elemento di distinzione con la filosofia pubblica americana, non già perché la filosofia pubblica americana non immaginasse un rischiaramento progressivo della civiltà, ma perché c’è anche qui, per lo meno a me sembra che ci sia, un ricorso al potere maieutico di una casta rispetto alla incapacità del popolo, in condizioni diverse, di liberarsi, emanciparsi nel raggiungimento della consapevolezza dei doveri.

Resta anche questa, intendiamoci, una esigenza di fortissima attualità. Ho dei dubbi che i mezzi per raggiungerla possano, soprattutto nell’era in cui noi viviamo, forse un po’ meno nell’epoca in cui viveva Mazzini, sicuramente nell’epoca in cui noi viviamo, possano essere quelli che Mazzini immaginava. Ad ogni modo, in un paese nel quale abbiamo dovuto subire per tante circostanze l’obnubilamento del miglior pensiero liberale, nel quale solo delle minoranze hanno alle volte tenuto in piedi questi principi, io penso che se noi andiamo a scoprire nei filoni sotterranei, come di una miniera d’oro, in Italia troviamo tanti nomi, se non altro a partire da Dante e Manzoni, per dirla tutta, ma poi noi non ne abbiamo, e si va a finire con De Gasperi e Sturzo, o mettete altri nomi. Ma questi nomi non sono mai stati del tutto - non solo quello di Mazzini - non sono mai stati, non solo messi in fila per costruire un Pantheon, perché sono stati costruiti altri Pantheon con altre ispirazioni, con altri desideri di egemonia culturale. E non solo non sono stati messi in fila, ma spesso sono stati trascurati e non considerati.

Ebbene noi abbiamo con Giuseppe Mazzini, lo diciamo nel bicentenario e speriamo di dirlo insieme in tanti di più e in forme più importanti e incisive, abbiamo uno dei più grandi pensatori democratici della nostra storia contemporanea.

*Gruppo parlamentare Forza Italia