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Discussione parlamentare dedicata alle proposte di legge che riguardano la modifica della Costituzione. L'intervento di Giorgio La Malfa/E' richiesto un procedimento legislativo lungo e complesso. E proprio in una situazione politica paradossale, con un governo che tutti i giorni mostra una condizione di debolezza Riscrittura della Carta: è questa la priorità italiana oppure esistono problemi più urgenti? Riproduciamo l'intervento alla Camera dei Deputati nella seduta del 24 ottobre 2007, dedicata alle modifiche di articoli della parte seconda della Costituzione. di Giorgio La Malfa Signor Presidente, una discussione parlamentare di proposte di legge che riguardano la modifica della Costituzione è di tale importanza, che impegna tutti i settori del Parlamento ad un esame attento, ad un ascolto delle posizioni reciproche e ad una volontà di entrare nel merito della legislazione e giustifica la partecipazione così ampia dei colleghi al dibattito sulle proposte emendative e sull'articolato al nostro esame. Non sfuggirà ai colleghi della maggioranza, al signor Presidente della Camera, al rappresentante del Governo, che tale discussione sulla Costituzione - cambiare la quale richiede un procedimento legislativo lungo e complesso - avviene in una situazione politica piuttosto paradossale. Il Parlamento, infatti, è chiamato ad esaminare eventuali modifiche della Carta costituzionale, quando tutti i giorni il Governo mostra una condizione di debolezza, che è resa manifesta dai contrasti interni e dall'impossibilità di procedere (come abbiamo visto ieri su un tema di enorme importanza come le misure per la sicurezza dei cittadini). Ci troviamo in un momento in cui il Governo rivela, per così dire, delle crepe interne molto aspre, che in altri momenti avrebbero portato alle dimissioni dei protagonisti di tali scontri o alle dimissioni del Governo, qualora tali protagonisti non fossero stati in grado di regolarli tra loro. Dico tutto ciò, signor Presidente, per far notare che c'è un aspetto paradossale in questa nostra discussione. Oggi il Parlamento si avvia ad un esame, che richiede un lungo periodo davanti a sé, di due deliberazioni conformi delle Camere, mentre la situazione politica preme, dà segni di scollamento e probabilmente l'interlocutore che vediamo oggi seduto al banco del Governo sarà presto diverso nelle persone o nella composizione. Questa è una prima considerazione preliminare all'esame del testo che ci è stato consegnato. Prudenza Vi è una seconda considerazione che entra nel merito del problema. L'onorevole Sesa Amici nella sua relazione sostiene una cosa che condivido e che vorrei sottolineare, ma dalla quale poi discende una conclusione ben diversa da quella che ci viene sottoposta. L'onorevole Sesa Amici sostiene che bisogna riconoscere la validità della Carta costituzionale dell'Italia post-bellica, di cui corre quest'anno il sessantesimo anniversario, e che ciò impone una grande misura di prudenza nel considerarne le modifiche. Onorevoli colleghi, io condivido profondamente queste parole. Il mio movimento politico, il Partito repubblicano, non ha mai incoraggiato i tanti discorsi che da vent'anni si fanno sulle modifiche costituzionali, perché la Carta costituzionale del 1948 è un documento fondamentale, meditato in tutte le sue parti e che non merita certamente di essere liquidato. Soprattutto non merita di essere modificato ad ogni legislatura e ad ogni cambiamento di maggioranza. Questa è la ragione per la quale, lo ricorderà bene l'onorevole Violante, non votammo le modifiche costituzionali proposte dal centrosinistra nel 2001, e non abbiamo votato a favore delle modifiche costituzionali proposte dalla maggioranza di cui facevamo parte nel 2001 - 2006, perché ci sembrava che la Costituzione italiana meritasse un intervento molto meno frequente e più meditato piuttosto che interventi casuali. Onorevole Sesa Amici, se così è, se conveniamo che la Costituzione del 1948 costituisce un complesso unitario, meditato profondamente rispetto alla storia e alle esigenze del nostro Paese, allora non possiamo continuare con piccoli interventi e aggiustamenti, come quelli che si fanno nella legislazione ordinaria. Non possiamo pensare ad una modifica costituzionale come questa, così limitata ad alcuni aspetti, negando con ciò quanto lei stessa ha affermato, vale a dire che la Costituzione è un castello costruito meditatamente sulla storia della Repubblica italiana, sulle lotte che hanno portato alla Repubblica e alla libertà, su cui non si può scherzare. Non si può cambiare oggi un certo articolo e domani un altro. Un insieme Qualora ci si accinga a questo sforzo, di cui forse l'Italia non ha bisogno (ma che noi comunque rispetteremo, se il Parlamento volesse intraprenderlo), bisogna farlo, onorevoli colleghi, con un senso di completezza. Si può esaminare la prima parte, si può esaminare la seconda, il Titolo V, ma bisogna considerare il tutto nel suo insieme. Non possiamo fare una modifica che riguarda la denominazione del Senato, o i poteri del Presidente della Repubblica, o la nomina del cosiddetto Senato federale, o i procedimenti legislativi, senza un disegno complessivo. Onorevole Sesa Amici, onorevole Violante, qual è il disegno complessivo? Gli stessi relatori sono ben consapevoli dei nodi che il testo ha lasciato aperti. Se la Commissione e i relatori constatano che vi sono dei nodi aperti, come possono investire l'Assemblea di un problema di una tale portata? Com'è possibile, ripeto, investire l'Assemblea, senza un adeguato lavoro preliminare delle Commissioni, dove sono rappresentati tutti i gruppi, dove deve essere possibile arrivare ad una visione complessiva di questi problemi. Voi vi presentate in Aula e affermate, nella relazione, di sperare nella intersezione fra le forze politiche. Si è detto, l'onorevole Violante lo ha ripetuto più volte, che le modifiche costituzionali andrebbero concordate con una larga maggioranza delle Camere, vale a dire possibilmente con l'accordo tra maggioranza e opposizione. Non ho mai fatto discorsi di questo genere perché so che la lotta politica è molto complessa e possono non esservi le condizioni, ma pensare, onorevoli colleghi, che si possa affrontare la riforma costituzionale "per intersezione", pensando che su un articolo si formi una maggioranza trasversale di un tipo e su un altro una maggioranza trasversale di altro tipo, equivale ad una condanna della Carta costituzionale! Allora, onorevole Sesa Amici, sarebbe meglio non dire che la Carta costituzionale del 1948 ha quel grande valore, che giustamente lei gli attribuisce, se poi pensiamo che la si possa "sbocconcellare", per così dire, modificare, a seconda delle combinazioni mutevoli delle maggioranze costituite per intersezione. Fragilità Onorevoli colleghi, queste sono le prime considerazioni che sento di dover svolgere. Perché, onorevole Violante, all'esame dell'Assemblea viene sottoposto un testo così? Perché all'interno della maggioranza di questo Parlamento non vi è un consenso e non mi pare che vi siano le condizioni per trovare un'intesa più larga tra la maggioranza e l'opposizione o tra una larga parte della maggioranza e la maggior parte delle opposizioni. Signor Presidente della Camera, signor rappresentate del Governo, affrontare il tema di una riforma costituzionale in condizioni politiche così fragili e deboli è un errore molto grave, specialmente per quanti ritengono che la Carta costituzionale sia un documento fondamentale da non modificare con troppa leggerezza! Vi è una contraddizione nelle posizioni della maggioranza che afferma che la Carta costituzionale è intoccabile nei suoi fondamenti, e poi sostiene di volerla modificare "per intersezione"! Espongo ora due considerazioni di merito sul progetto in discussione che sono molto importanti. La prima, onorevoli colleghi, attiene a uno dei due nodi della proposta legislativa, l'articolo 92 della Costituzione che leggo nel testo che viene proposto: "Il Presidente della Repubblica, valutati i risultati delle elezioni per la Camera dei deputati, nomina il Presidente del Consiglio dei ministri (...)". Leggo ora il testo dell'articolo 92 scritto dai costituenti: "Il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio dei ministri e, su proposta di questo, i ministri". Onorevoli colleghi e relatori, cosa intendete dire con questa modifica costituzionale? Volete dire che il Presidente della Repubblica ha un potere attenuato, vale a dire che nomina il Presidente del Consiglio, ma lo nomina valutati i risultati delle elezioni per la Camera? Ma credo che questo sia stato fatto da qualunque Presidente della Repubblica in tutta la lunga storia della Repubblica italiana! Potete immaginare che un Capo dello Stato abbia nominato il Presidente del Consiglio senza tener conto dei dati politici ed elettorali? Cosa volete sostenere allora? Volete scrivere che il Presidente della Repubblica non ha la libertà di nominare il Presidente del Consiglio perché deve valutare i risultati delle elezioni e, se i risultati delle elezioni indicano - in maniera confusa naturalmente perché la Costituzione non lo consente - di eleggere il capo della coalizione di destra o il capo della coalizione di sinistra, si guardi bene il signor Presidente della Repubblica dal non tenere conto di questo? Ma voi volete preparare le condizioni dell'impeachment dei futuri Presidenti della Repubblica, che già oggi, in questa sgangherata vita politica del nostro Paese, sono sottoposti a una dose di polemica eccessiva! Volete che la metà del Paese o del Parlamento si levi per sostenere che nel nominare quel Presidente del Consiglio, il Capo dello Stato non ha valutato i risultati delle elezioni politiche? E chi è il giudice del Presidente della Repubblica, che può giudicare se egli abbia valutato o meno le condizioni politiche e i risultati delle elezioni? Voi volete sfasciare le istituzioni del nostro Paese! Punto di garanzia Onorevole Sesa Amici e onorevole Violante, altro che difendere l'impianto della Costituzione! L'impianto della nostra Carta fondamentale, che è una Costituzione parlamentare, assegna al Presidente della Repubblica il compito alto di assicurare l'equilibrio politico della vita del Paese ed egli, scelto dalla maggioranza (assoluta o qualificata) del Parlamento, deve valutare le condizioni elettorali, politiche, economiche e sociali che gli consentano di trovare un punto di equilibrio fra le posizioni indicate dal Parlamento e di individuare chi possa guidare stabilmente il Paese. Volete eliminare questo punto di garanzia? Ma allora, onorevoli colleghi, dobbiamo cambiare la Costituzione e affrontare il nodo politico che è la ragione per la quale la riforma costituzionale non può funzionare e non è andata avanti in questi anni: vogliamo una Repubblica parlamentare o una Repubblica presidenziale? Parlo a nome di una forza politica che nella sua lunga storia ha avuto sostenitori autorevoli dell'una o dell'altra tesi. Mio padre, Ugo La Malfa, Oronzo Reale e Bruno Visentini sono stati fermi difensori - come sono io - dei Governi parlamentari e del ruolo del Parlamento. Altri, come Randolfo Pacciardi e Leo Valiani, sono stati sostenitori del presidenzialismo, ritenendo che il valore della governabilità e della forza dell'Esecutivo in un certo senso fosse troppo attenuato dal peso del Parlamento. Possiamo scegliere una strada o l'altra, ma non possiamo oscillare tra le due e mantenere l'impianto del sistema parlamentare per porci sopra l'elezione diretta del Capo del Governo e, su tale elezione, aggiungere il premio di maggioranza, ovvero pensare di introdurre le modifiche sostanziali della Costituzione via riforma elettorale. Questo, infatti, è un errore profondo, onorevoli colleghi, dal quale ci saremmo dovuti astenere - o meglio vi sareste dovuti astenere - da molti anni. Mi chiedo quale legge elettorale volete, in quanto essa rappresenta il nodo del sistema politico e non i poteri del Presidente della Repubblica. Qual è la legge elettorale? Se la legge elettorale è quella che abbiamo fin dal 1994 - ovvero la legge Mattarella o la legge Calderoli, identiche in ordine al funzionamento istituzionale - e se per avere la maggioranza si deve avere un'amplissima coalizione costruita prima delle elezioni e prima che si formi il Parlamento, allora, onorevoli colleghi, potete scrivere tutte le volte che volete che il Presidente del Consiglio riceve la fiducia prima di nominare i Ministri. Vorrei vedere se il Presidente Prodi non avesse nominato centotre sottosegretari, se non sarebbe caduto otto mesi o un anno fa. Se si è, infatti, espressione di una frantumazione - come quella a cui assistiamo - è chiaro che le dimensioni del Governo sono il frutto di quella frantumazione. Verso quale direzione? Voi pensate che se scrivete che il Presidente del Consiglio riceve la fiducia, egli potrà nominare un Esecutivo come Sarkozy o Bush? Potete pensare che sia sufficiente stabilire che egli ha un potere quando, in realtà, gli viene tolto, poiché per ottenere il premio di maggioranza (o la maggioranza nei collegi uninominali della legge Mattarella) ha bisogno di uno schieramento, il più frastagliato, diverso ed esteso possibile e, dunque, il più contraddittorio e incapace di dare governabilità al Paese? Questi sono i problemi che voi affrontate. Onorevole Violante, pensate che possiamo apportare un cambiamento alla Costituzione se vi sono punti di incertezza così fondamentali, in quanto non sappiamo se vogliamo andare in una direzione o nell'altra? Vuole la maggioranza del Parlamento - mi riferisco non alla larga maggioranza del Parlamento, ma alla maggioranza attuale - andare in direzione del presidenzialismo? Lo dica con chiarezza! Vuole, invece, costituire una Repubblica parlamentare? Allora vada verso un sistema parlamentare, come si dice troppo spesso, di tipo tedesco, comunque verso un sistema che rimetta al Parlamento e al Presidente della Repubblica la funzione della scelta del Presidente del Consiglio, della formazione delle maggioranze e di tutto ciò che ha rappresentato la forza e la nobiltà della prima Repubblica nei suoi primi cinquant'anni e che noi abbiamo vissuto. Questo è il primo ordine dei problemi. Sarebbe sufficiente l'articolo 14 del provvedimento in esame, onorevoli colleghi e onorevole Violante, perché i repubblicani dicessero "no" a tutto l'impianto. Ci mancherebbe solo, infatti, che indebolissimo uno dei pochi punti di riferimento della Repubblica, ovvero la posizione del Presidente della Repubblica, impartendogli le direttive su quali giornali debba leggere e su quali notizie debba attingere prima di decidere chi sarà il Presidente del Consiglio. Vi è, inoltre, un secondo insieme di problemi che tratto molto brevemente, ma che ha trattato in modo molto ampio e con molto senso politico l'onorevole Cirino Pomicino nel suo intervento ovvero la storia del Senato federale. Ho molto apprezzato, onorevole Sesa Amici, la sua deliziosa dichiarazione sul Parlamento federale. La nuova denominazione evidenzia la volontà di individuare nel Senato l'organo costituzionale che connota la scelta in senso federalista del progetto di riforma. Secondo lei, pertanto, non sono i nomi ad essere conseguenza delle situazioni, ma le situazioni sono conseguenza dei nomi: affermate che allo Stato non si possano conferire poteri federalistici veri e propri, ma che si possa attribuire al Senato l'aggettivo "federale". Questo è il modo di modificare la sacra Costituzione della Repubblica? Come la modifichiamo? L'onorevole Cirino Pomicino, giustamente, affermava che per avere un Senato federale è necessaria una federazione di Stati. Avete già deciso, onorevoli colleghi, che l'Italia si dissolve in una serie di Stati, che si riuniscono tra loro con un trattato federale e stabiliscono i poteri del governo federale e del Senato federale? Siamo arrivati a questo grado di follia? Oppure pensate di potere usare nella Costituzione parole che hanno un peso nella storia (come la parola "federale") e che ciò non abbia conseguenze dissolutrici? E la nostra storia? Per quale ragione polemizzate con la Lega Nord, sostenendo che essa vuole dissolvere il Paese, se la inseguite su questo terreno? Noi non siamo d'accordo! Non crediamo che si possa definire "federale" un Senato di un Paese unitario, che deve avere autonomie regionali e locali, ma che non può negare di essere una nazione, dalla Lombardia alla Sicilia, dal Piemonte alla Puglia: altrimenti, viene meno la nostra storia, che è una storia di unità, conseguita a difficile prezzo e che non può essere buttata via! Onorevole Violante, mi rivolgo a lei: parliamo di Stato "federale" e poi, invece di far eleggere i rappresentanti federali delle regioni del Nord e delle regione del Sud, li facciamo nominare dai consigli regionali! Possono farlo? Hanno un compito limitato e devono legiferare sui loro problemi, invece si prevede che esprimano il vertice della Repubblica, che eleggerà il Presidente della Repubblica, in questa maniera! Onorevoli colleghi, questo è il modo di pensare la riforma costituzionale o è un'avventura? Mi avvio alla conclusione del mio ragionamento. Rivolgo una domanda, onorevoli colleghi, a tutto il Parlamento, alla sinistra e al centrodestra: siamo sicuri che la priorità di oggi sia la riforma costituzionale? Siamo sicuri che i problemi del nostro Paese troverebbero una soluzione se noi, per due anni e in quelli successivi, lavorassimo per scrivere una diversa Costituzione? Oppure vi è qualcosa di più urgente, come ad esempio - lo affermava questa mattina l'onorevole Napoli nel suo bellissimo intervento - la condizione del "caro pane", del "caro benzina" e della precarietà del lavoro? Oggi ci sono o no problemi drammatici nella vita del Paese? Vi è l'emarginazione dell'Italia in Europa, la sua perdita di peso, il discredito: aspettiamo due anni per affrontare e risolvere tali problemi, dopo che abbiamo riformato la Costituzione? Onorevole Violante, è questa la priorità del Paese o vi è una priorità politica? E qual è la priorità politica? Le priorità politiche vengono prima delle priorità istituzionali e, forse, le condizioni politiche potrebbero aiutarci ad affrontare i problemi istituzionali: ma se pensiamo di dovere risolvere i problemi istituzionali per poi risolvere i problemi politici, i pensionati, i giovani precari e i malati attenderanno decenni prima di ricevere una risposta. Vi sembra che un Parlamento possa rispondere agli italiani che l'urgenza principale è una riforma costituzionale che, nella migliore delle ipotesi - se il Governo non cade prima e la legislatura non finisce - richiede tre anni? Vi pare una risposta del Parlamento italiano all'altezza dei problemi? La risposta deve essere politica. Strada sbagliata Onorevoli colleghi, mi rivolgo a tutti: riteniamo che il Parlamento italiano abbia sbagliato strada l'anno scorso, all'indomani delle elezioni, che indicavano sostanzialmente un risultato di parità. Il centrosinistra, che aveva la maggioranza, doveva raccogliere la disponibilità che era stata data dall'opposizione e, in particolare, dall'onorevole Berlusconi, a tentare una coalizione più larga ed eravamo indirizzati in questa direzione anche dall'esperienza della vicina Germania, che ha votato qualche mese prima di noi. Non volete che vi si ricordi, colleghi del centrosinistra, che in Germania, nel suo Parlamento, la coalizione che qui ha governato il Paese in questi anni gode di una maggioranza molto più confortevole, circa 350 voti su poco più di 600, se si sommano i socialdemocratici, i verdi e l'estrema sinistra di Gysi e di Lafontaine. Eppure, il partito socialdemocratico, pur perdendo addirittura il cancellierato, ceduto alla signora Merkel, ha voluto formare un Governo di unità nazionale. Perché in Italia questa opzione non è stata considerata? Professor Prodi, lei non crede che la fine misera che sta facendo in questa seconda esperienza di Governo sia figlia dell'avere scartato, senza un momento di valutazione, una riflessione sui dati emersi dalle urne. Che cosa impediva all'Italia di seguire la stessa strada? L'ho chiesto molte volte, ma non ho ricevuto alcuna risposta. Vi è poi un altro esempio, quello della vicina Francia, in cui ha vinto le elezioni l'onorevole Sarkozy e vige un modello presidenziale, diverso dal parlamentarismo tedesco. Ha vinto Sarkozy, ma all'indomani delle elezioni, a seguito delle quali il povero partito socialista risultava sconfitto, diviso e debolissimo, egli ha nominato Ministro degli esteri Kouchner, ha mandato al Fondo monetario Strauss-Kahn e ha nominato presidente della commissione che deve studiare le riforme di struttura della società francese Jacques Attali, uno degli esponenti di punta del pensiero socialista. Onorevoli colleghi, mi sono domandato e chiedo a voi: perché lo ha fatto? Perché Sarkozy, che aveva vinto con una maggioranza più forte di quella con cui aveva vinto Prodi, sceglie Attali e i socialisti e li porta nella sua coalizione? Lo fa per indebolirli? Non ne ha bisogno, perché non ci sono elezioni in vista in Francia. Lo fa per il gusto di vederli litigare? Non mi pare. Oppure lo fa perché sente che la modificazione profonda di una società vecchia come la Francia, le cui condizioni sono vecchie, come emerge dai dati economici, richiede un consenso più ampio di quello che solo i suoi elettori del centrodestra gli hanno dato? Egli cerca di avere il consenso di una parte che si colloca nel centrosinistra francese. Allo stesso modo, la Merkel e i socialisti tedeschi hanno pensato di avere bisogno di una coalizione più ampia. Non è un caso, onorevoli colleghi, se i bilanci tedesco e francese vanno meglio di quello italiano. Non è un caso se ci sono segni di ripresa più forte nell'economia tedesca e in quella francese. Nel mondo dell'Europa continentale i tre Paesi malati sono considerati l'Italia, la Francia e la Germania. Onorevoli colleghi, se la Germania e la Francia imboccano una strada - mi rivolgo all'onorevole Veltroni, da una parte, e a Silvio Berlusconi, dall'altra - non pensate che anche il nostro Paese abbia bisogno di uno sforzo di unità nazionale di fronte a problemi che si dimostrano irrisolti sia che governi la destra da sola, sia che governi la sinistra da sola? Unità nazionale Non credete che uno sforzo di unità nazionale sia la risposta ai problemi, che non può venire dalle riforme costituzionali, che non sono il problema del Paese? È questo l'appello che mi sento di rivolgere. Non so se ci sarà un Governo domani o se si impediranno le elezioni nei prossimi mesi, ma so che prima o poi le grandi forze politiche - parlo a nome di una forza di minoranza - rappresentative del centrosinistra e del centrodestra avranno la responsabilità davanti al Paese di trovare una risposta comune, pena la sconfitta del Paese e la perdita di peso che registriamo tutti i giorni e che è emersa dai dati disperati che ci ha fornito il collega Osvaldo Napoli. Onorevoli colleghi, non è la riforma costituzionale il centro del problema. Come sempre, nei momenti difficili della vita di un Paese, è la politica che deve farsi sentire. La politica, però, non è l'arida riscrittura delle norme: è la capacità degli uomini di vedere i problemi, di unirsi in uno sforzo solidale e di rispondere alle attese, da troppo tempo deluse, degli italiani, che mostrano, non a caso, stanchezza nei confronti della vita politica. L'appello che facciamo è che questa sia la risposta alta che il Parlamento italiano sia capace di dare oggi ai suoi problemi. |