Rifinanziamento: il voto del Pri/Un sì alla Camera ma nessun soccorso per Palazzo Madama

Autosufficienza vuol dire credibilità di una nazione

Sul finanziamento delle missioni, Camera dei deputati, 8 marzo 2007.

di Giorgio La Malfa

Signor Presidente, onorevoli colleghi, signor rappresentante del Governo, in questo Parlamento vi sarà ovviamente una larghissima maggioranza a favore di questo disegno di legge di conversione del decreto-legge per il finanziamento delle missioni in Afghanistan e in altri paesi.

Naturalmente, proprio perché c'è questa maggioranza, il dibattito sulle dichiarazioni di voto finale si può prestare a qualche considerazione più ampia sui problemi politici di fronte ai quali l'Italia si trova nel fare la sua parte nell'azione internazionale di contenimento e lotta al terrorismo.

Nel 2001, dopo l'attentato alle Torri gemelle, nel mondo occidentale si è aperta una discussione molto profonda ed io ho pieno rispetto, come quando decidemmo per la guerra in Iraq, per le posizioni che sono profondamente radicate sia nella cultura della sinistra italiana (non solo della sinistra cosiddetta "radicale", ma anche del grande partito democratico della sinistra), sia in vasti ambienti del mondo cattolico. La preoccupazione di trasformare il mondo occidentale in un esercito che combatte, tra l'altro, un nemico elusivo, come il terrorista, dando il segno di perdere i valori di una civiltà di tolleranza, di rispetto e di costruzione della pace, sui quali l'Europa si è costruita nel dopoguerra, certamente attraversa la sinistra italiana, ma posso assicurare che non è estranea alle riflessioni che noi stessi compiamo su questi problemi.

Tuttavia, chi ha responsabilità di Governo - non chi ha semplicemente responsabilità parlamentari e politiche - ha l'obbligo e il dovere di compiere certe scelte, onorevoli colleghi della sinistra che oggi fate parte di una maggioranza di Governo.

I Governi di paesi democratici, quali gli Stati Uniti d'America, l'Inghilterra laburista, l'Olanda e una serie di paesi che si collocano nell'ambito degli schieramenti di centro, centrosinistra e centrodestra, nel corso di questi anni hanno convenuto sul fatto che non fosse possibile non fronteggiare in maniera netta e forte la minaccia del terrorismo e, per quanto elusiva essa fosse, che bisognasse recarsi nei paesi nei quali il terrorismo poteva trovare una sua alimentazione. Mi riferisco all'Iraq e, certamente, all'Afghanistan, ma esiste anche il problema dell'armamento nucleare di un grande paese come l'Iran, che sarà il prossimo ad essere posto sul terreno delle decisioni difficili che dobbiamo prendere. C'è stato un orientamento dell'Onu, della Nato, dell'Europa che ci porta in quella direzione.

Allora, onorevoli colleghi, il Parlamento italiano deve partire da questo problema. Il punto che è emerso con chiarezza nel corso di questi mesi - ma a noi sembrava chiaro dalla lettura del programma dell'Unione - è che quest'ultima non ha trovato e non trova una sintesi efficace di queste posizioni. Quando alcuni colleghi, che oggi fanno parte della maggioranza di Governo, dicono che il rapimento del giornalista Mastrogiacomo, a cui va la nostra solidarietà, pone il problema della presenza italiana in Afghanistan, si capisce che, sotto la superficie di un apparente consenso, cova un dissenso molto profondo. Mastrogiacomo poteva essere rapito sul fronte del Darfur o delle infinite guerre che ci sono nel mondo, in cui giornalisti coraggiosi testimoniano il loro mestiere e il loro dovere andando in quelle zone. L'onorevole Giordano si sarebbe alzato a dire, se Mastrogiacomo fosse stato rapito nel Darfur, che ci saremmo ritirati da quel territorio?

No, il problema è che l'Afghanistan è una questione aperta per la sinistra italiana - lo dico con rispetto, non certo con il desiderio di alimentare una polemica - perché voi ritenete che la strategia del confronto con il terrorismo con le armi è destinata a fallire e ad aggravare le condizioni del mondo e che, quindi, servono strumenti completamente diversi: questo è il punto politico di tale situazione. Naturalmente, mi rivolgo al Governo... mi rivolgerei al Governo se ascoltasse o se sentisse o se avesse interesse ad ascoltare il Parlamento. Non so se il Governo sia in grado di capire, ma sarebbe certamente in grado di ascoltare se usasse la cortesia verso il Parlamento. (…) Allora, il problema che si pone, onorevoli colleghi, è il seguente: c'è una politica estera dell'attuale Governo? Una politica estera in grado di affrontare le difficoltà, magari crescenti, che possono venire da un inasprimento della situazione in Iraq, oppure ogni questione riapre una ferita ed una divisione? La ragione per cui non c'è, onorevoli colleghi, l'abbiamo vista in Senato, perché in quella sede il ministro degli esteri ha tentato l'estrema sintesi - cioè, ha fissato una posizione che rappresentava un punto diverso ed ha rotto la continuità rispetto alla politica estera - a tal punto che noi tutti non abbiamo potuto votare a favore di quella dichiarazione. Avevamo votato a favore delle posizioni del ministro Parisi, mentre non abbiamo votato a favore delle dichiarazioni del ministro D'Alema perché egli si è spinto molto avanti nel descrivere la politica estera del Governo italiano, che certamente rappresentava una discontinuità rispetto al passato. Quindi, il test del Senato sulla politica estera è stato quello: se su quella politica estera il Governo Prodi non ha la maggioranza, evidentemente vuol dire che non esiste una sintesi possibile.

Allora, voi chiedete - ce lo chiedete in coro, ce lo chiede il ministro Amato e in tanti altri - di votare a favore, poi deciderete se il voto a favore determinante sia tale da comportare un chiarimento o meno. Come hanno detto con molta serietà il presidente Dini l'altro giorno e stamattina l'onorevole Ranieri, presidente della Commissione affari esteri della Camera, il problema esiste. Il problema dell'autosufficienza di una maggioranza esiste perché alla spalle dei nostri soldati e dei nostri diplomatici, che ci rappresentano nelle sedi internazionali, deve esserci un Governo che ha una politica e non due. Lo dico con rispetto verso i colleghi di Rifondazione, dei Verdi e dei Comunisti italiani perché so che tali questioni attraversano profondamente la coscienza di un paese come il nostro. Tuttavia, un Governo i problemi di coscienza deve saperli porre alle sue spalle e deve prendere delle decisioni.

Su questo noi dubitiamo dell'Esecutivo e ne abbiamo avuto la prova al Senato. Infatti, sulla politica - che non ha il nostro consenso - esposta dall'onorevole D'Alema il Governo non ha la maggioranza del Senato e, quindi, non è in condizioni di governare. Allora, mi rivolgo ai colleghi che con noi fanno parte dell'opposizione. È saggio - colleghi di Alleanza Nazionale, dell'UDC e di Forza Italia - in una situazione internazionale che si può aggravare, coprire al Senato le divergenze esistenti, che verranno alla luce nel prossimo futuro e che renderanno sempre più debole la politica del Governo?

Credo che, dato questo voto politico alla Camera, noi al Senato dobbiamo rivendicare il diritto di lasciare sola questa maggioranza di fronte alle sue contraddizioni e, se non ci sono, tanto meglio! Ma, se quelle contraddizioni esistono, l'Italia avrebbe bisogno di un altro Governo e sarebbe giusto che dalla politica estera nascesse la possibilità di un diverso Esecutivo che rappresentasse una politica estera di cui chi rappresenta il paese all'estero possa sentirsi pienamente titolare.

Queste sono le considerazioni - signor Presidente, onorevoli colleghi - che accompagnano il nostro voto favorevole sul decreto oggi all'esame della Camera.