Quando Prodi voleva farci felici/E invece nel 2008 l'indebitamento salirà ancora

Stiamo attenti agli statalisti, ovunque si annidino

di Gianni Ravaglia

Controriforma delle pensioni, frontiere aperte per i clandestini e chiuse per i cervelli, svalutazione del valore del merito nelle università e nell'apparato pubblico in genere. Sono alcune delle eredità del governo Prodi. Soprattutto, in circa due anni, pure in presenza di una crisi economica, le entrate fiscali e contributive dello Stato, secondo i dati riportati da Gianfranco Polillo, sono cresciute di oltre 47 miliardi. Se tale aumento fosse servito, almeno, a ridurre il debito pubblico, si sarebbe potuta addurre una qualche giustificazione a tanta dissennatezza. Invece la spesa pubblica è cresciuta, più o meno, della stessa cifra. Addirittura le previsioni sono che, nel 2008, l'indebitamento salirà ancora. E pensare che il perfido Visco, per fare cassa, si è inventato persino l'aumento dell'Iva sulla compravendita dei somari e dei burattini. La felicità che Prodi aveva promesso si è risolta nella pesante tristezza di quella maggioranza di stipendiati che si è trovata le tredicesime falcidiate dalle tasse. Così, gran parte di quelli che pagano le imposte fatica ad arrivare alla fine del mese, mentre i tassatori, che le ricevono, continuano a sperperare. Non solo a Roma. Se guardiamo i dati del "Sole 24 Ore" relativi ai bilanci degli enti locali, ci rendiamo conto che il senso dell'emergenza economica è del tutto assente. I costi della casta non calano, si continuano a finanziare feste e bagordi, si erogano contributi a destra e a manca, come se quei quattrini non siano strappati anche dalle tasche di quell'operaio che non arriva alla fine del mese. Si conferma una volta di più che la bestia va affamata, perché la spesa pubblica non calerà fino a quando non le si toglierà l'ossigeno che l'alimenta. D'altra parte, anche nella realtà imprenditoriale, le ristrutturazioni aziendali diventano inevitabili quando le banche non danno più credito. Lo Stato italiano, che ha un debito superiore al fatturato, comincerà a ristrutturarsi solo quando i cittadini decideranno di negare la propria fiducia alle classi dirigenti stataliste e corporative, affamate di imposte. Per costoro, la spesa pubblica è come una droga. Per loro l'orgasmo sta nella costruzione di piani faraonici di spesa, a carico degli altri; nel vincolare il libero mercato, nel far crescere la burocrazia, per poter contare di più; in una ridistribuzione del reddito, che altri hanno prodotto. Il dramma è che la classe politica italiana, a sinistra ma anche a destra, è piena di statalisti e di corporativi. I cittadini avvertono sulla propria pelle che, anche nella gestione della cosa pubblica, è necessario introdurre modelli gestionali improntati al libero mercato e alla concorrenza, altrimenti la cosa pubblica diventa un peso e non un'opportunità. Di qui la sfiducia crescente nella politica che si riscontra nei sondaggi e le stesse ragioni del declino economico. In un sistema di libero mercato e di sana concorrenza anche nei servizi pubblici, ove lo Stato eserciti solo il proprio potere di dettare le regole e di esercitare i controlli, vince il migliore, ci si guadagna in efficienza e i costi si riducono. In un tale sistema il potere democratico si conquista e si mantiene se si dimostra di saperci fare, quindi la politica tende a privilegiare il merito, la professionalità, le idee innovative. Mentre in un sistema statalista si scambia la giustizia con la mediocrità. La politica privilegia la fedeltà, che vuole la clientela, la lottizzazione e una logica concertativa permanente che porta al rinvio delle decisioni. Dopo il caso Mastella è tornato di moda parlare delle lottizzazioni dei primari ospedalieri, della burocrazia pubblica, statale e periferica. Da sempre si parla della lottizzazione in Rai. Mai che si apra un serio dibattito sul collegamento inscindibile tra struttura gestionale pubblica, organizzazione del consenso statalista fondato sulla fedeltà e la lottizzazione che è connaturata a tale sistema. Denunciarne gli obbrobri senza andare alla radice del male, significa fare pura propaganda. Al di là delle polemiche faziose di cui è pieno il dibattito politico italiano, la vera natura della scelte da compiere, quando ci saranno nuove elezioni, a me pare sia ancora questa: la scelta tra un sistema di potere statalista-corporativo, ancora prevalente nella gestione della cosa pubblica e nell'organizzazione sociale e uno di piena liberazione delle potenziali risorse, con una drastica riduzione del peso gestionale dello Stato e la liberalizzazione dei servizi. La ricetta statalista prodiana si è confermata fallimentare. Veltroni ha detto di volerla cambiare. Vedremo. Ma anche Berlusconi dovrebbe fare tesoro delle passate esperienze, quando le logiche corporative prevalsero nella sua coalizione. E la svolta vera, enfaticamente promessa, non ci fu. Non vorremmo che Berlusconi, dopo averne denunciato, lucidamente, i limiti, per la fretta di riconquistare il potere si adagiasse su di un semplice ritorno al passato.