Italia: c'è bisogno di liberaldemocrazia/In un sistema bloccato da due poli

Culture maggioritarie e arretratezza del Paese

di Widmer Valbonesi

Finalmente un po' di luce! Dopo anni di ubriacatura miope per il sistema bipolare, incapace di governare il paese ingessato nelle rivendicazioni di un estremismo massimalista e di un nazionalismo corporativo clerico - fascista, oggi si torna a parlare di proporzionalismo e di governi nominati dal Parlamento, come prevede la Costituzione.

Del resto l'operazione Partito democratico presupponeva l'intenzione di un gioco a tutto campo per non rimanere prigionieri dei partitini che vedevano raddoppiate le loro possibilità di ricatto nelle rispettive coalizioni bloccate, anziché giocare un ruolo marginale in Parlamento.

Non è che i grandi partiti avessero una cultura politica di buongoverno tale da superare la crisi strutturale del paese, ma è evidente che così avevano anche l'alibi per portare avanti politiche mediocri. Infatti, sia sul versante della ripresa economica sia sul versante del risanamento, tutti i governi che si sono succeduti, di destra, di centro o di sinistra, istituzionali o meno, negli ultimi venti anni hanno avuto la caratteristica di determinare uno sviluppo minore di quello dei nostri concorrenti europei, dimostrandosi incapaci di ridurre il debito pubblico, creando i presupposti di una pericolosa deriva o declino. Il bipolarismo, su cui si sono appassionati tanti intellettuali organici, impediva anche la possibilità di una collaborazione di solidarietà nazionale come invece si è visto in Germania e in parte anche in Francia ed Inghilterra, dal momento che si era teorizzato che l'alternanza è di per sé una garanzia di buon governo.

In realtà non era mai stato così nemmeno ai tempi della guerra fredda, dove le leggine di spesa corporativa - che hanno creato il pauroso deficit pubblico e sottratto risorse all'ammodernamento del paese - erano votate dalla Democrazia Cristiana e dal Partito Comunista. naturalmente con la sollecitazione dei sindacati dei lavoratori e delle imprese.

Quella cultura di buon governo che solo le liberaldemocrazie hanno diffuso - incidendo così profondamente nelle tradizioni politico - culturali di sinistra e di destra nei paesi europei e occidentali - non hanno minimamente attecchito concretamente nel nostro paese, dove si continua a credere che le tradizioni moderne siano quella socialista e quella popolare. Tony Blair ha accettato teorie liberiste non perché "il liberismo sia di sinistra", come dice Giavazzi, ma perché il liberismo è uno strumento neutro che consente meglio di altri sistemi socialisti o popolari di produrre ricchezza e accumulare risorse. In questo, come diceva Ugo La Malfa nell'intervista a Alberto Ronchey, non c'è nulla né di destra né di sinistra. Sta poi alle forze politiche, attraverso i governi, ridistribuire le risorse disponibili verso i consumi sociali o individuali. E' chiaro che dalle scelte di governo dipende il maggior impegno di equità e di qualità della spesa pubblica. O lo spontaneismo del mercato .

In Italia non si è fatto né l'intervento keynesiano, né quello liberista, ma si è scelto un sistema corporativo assistenziale basato su un welfare caritatevole anziché su un welfare fatto di piena occupazione e di efficienza dei servizi in concorrenza fra di loro.

Basti pensare, come dice il prof. Ricolfi, all'incardinatura sociale che sia la sinistra sia la destra danno alla famiglia come baluardo della nostra società. E' una visione sostanzialmente caritatevole della società e della funzione pubblica, cioè si bruciano le risorse pubbliche in piccoli sussidi, anziché pensare alla piena occupazione che darebbe vera ricchezza alle famiglie italiane. Quindi una cultura di governo nuova e moderna non può che partire dalla ripresa dello sviluppo e dalla diminuzione della spesa pubblica corrente.

Quanto la cultura catto - comunista influisca e remi contro, lo dimostrano le ultime due Finanziarie e la riforma del welfare, ma anche il cedimento alle pretese degli statali operato dal governo Berlusconi. Quindi le due vie o culture che si incontrano, quella del Pd e quella del Pdl, non sono attrezzate per gestire una nuova fase di decisione e di scelte verso la modernizzazione del paese. Il timore è che si porti avanti l'ennesima riforma elettorale e che però alla fine si governi sempre alla stessa maniera. Il mio timore è quello di un inciucio di potere come quello avvenuto fra Rai e Mediaset dove, invece della concorrenza, esisteva l'accordo di spartizione.

La soluzione sarebbe la privatizzazione della Rai, il conseguente dimagrimento di Mediaset e l'ingresso di nuovi soggetti privati che in concorrenza qualitativa offrano servizi agli utenti.

Il rischio politico è che un accordo di potere fra il Pd e il Pdl, anziché portare rigore e sviluppo porti solo una soluzione a qualche problema di assestamento del potere interno ai due nuovi partiti.

Occorre quindi una terza via che è rappresentata dalla cultura liberaldemocratica, che deve organizzarsi anche sul piano politico e costituire con la sua cultura di governo, di rigore programmatico e di interesse generale, l'interfaccia o l'equilibrio dei prossimi governi. Per questo noi, che siamo gli eredi di quella tradizione, non possiamo che cercare di organizzare quella che in Europa è terza forza, espressione di una terza cultura liberaldemocratica, diversa da quella socialista e da quella popolare.A Milano abbiamo iniziato un percorso, stilato un manifesto aperto: dobbiamo proseguire strategicamente su quella strada, chiamando altre forze liberaldemocratiche, associazioni, intellettuali, i giovani, a fare la scelta del coraggio. Se stiamo a rimorchio dei giochi tattici di Veltroni e Berlusconi non arriveremo mai al nostro sogno. E' ora di procedere, e chi non se la sente o non ha la forza per impegnarsi, compia un atto di onestà, si tiri da parte e serva la causa con l'umiltà di chi ha dato e ricevuto tanto e non rallenti il partito in inutili di-scussioni interne.

Il rinnovamento nella continuità presuppone un disegno strategico nobile e grande, ma anche scelte concrete nel breve periodo. Chi vuole stare all'ombra si ritiri. Se non lo fa non speri di godere di rendite di posizione: questo vale per me e per tutti i repubblicani d'Italia. E' ora di avere il coraggio della ragione se si vuole dare una prospettiva al paese e al nostro partito.