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Il costo delle promesse elettorali/I calcoli de "Il Sole 24 Ore" suscitano qualche dubbio Le proposte del Pdl non sono un libro dei sogni Il programma berlusconiano tiene conto dei vincoli dell'equilibrio finanziario di Gianfranco Polillo Lo sforzo de "Il Sole 24 Ore" di quantificare il costo delle "promesse elettorali" dei due schieramenti è stato lodevole. Esercizi del genere fanno bene alla democrazia. Richiedono tuttavia una serietà estrema nella quantificazione delle singole proposte, altrimenti si rischia solo di alimentare - e Walter Veltroni ne ha subito approfittato - inutili polemiche. E' giusto dire che il programma del Popolo della libertà costa tra i 72,65 e gli 87,7 miliardi di euro? Può anche essere. Ma le cifre fornite ed i calcoli sottesi sembrano negarlo. La prima cosa che non convince è l'aver trascurato la dimensione temporale. Il programma ha una durata quinquennale. Significa quindi che le risorse eventualmente da reperire oscillano tra gli 8 ed i 10 miliardi all'anno, considerate le coperture (33,35 miliardi) già indicate dal quotidiano. Non è una grande cifra se si considera che solo quest'anno, nonostante la politica del "tassa e spendi", abbiamo risparmiato più di 20 miliardi. Le critiche maggiori riguardano, tuttavia, le singole poste. Cominciamo dall'IVA, da pagare solo dopo l'incasso della fattura. Costo stimato 20 miliardi. Vale semmai per la cassa, ma non per la competenza. E in un discorso relativo a 5 anni di governo quello che conta è la seconda voce. Non può essere pertanto conteggiata nei risultati complessivi. Altrimenti si rischia di sommare le mele con le pere. Secondo argomento: la detassazione degli straordinari. L'articolista ne valuta il costo in 2 miliardi, quale riflesso delle minori entrate derivanti da buste paga più pesanti per coloro che già li fanno: circa 80 ore l'anno. La valutazione può essere più o meno giusta, il limite sta nel metodo seguito. Detassare gli straordinari ha senso solo se, grazie a questa manovra, aumenta il numero delle ore di lavoro. Altrimenti la perdita è secca. Si paga qualcosa in più per quello che già abbiamo. Un piccolo disastro non solo dal punto di vista finanziario, ma economico. La produzione complessiva, infatti, rimarrebbe la stessa. Il PIL non aumenterebbe ed avremmo solo un maggior costo del lavoro a carico delle finanze dello Stato. Ma è questo lo spirito della proposta? Evidentemente no. Dobbiamo pagare di più gli straordinari per invogliare operai ed impiegati a lavorare di più. E' possibile? Tutte le statistiche disponibili ci dicono che gli autonomi lavorano circa il 15 per cento in più dei lavoratori dipendenti, che sono oltre il 70 per cento della forza lavoro. Che succederebbe se questo divenisse lo standard comune a tutti i lavoratori? I salari di questi ultimi potrebbero aumentare di circa il 25 per cento. Lo Stato non solo non ci rimetterebbe una lira, perché finora questo surplus di lavoro non è stato prodotto. Ma ci guadagnerebbe, nonostante la detassazione, se non altro a causa delle maggiori entrate contributive. Che, salvo altra destinazione, ammonterebbero a circa 10 miliardi. C'è poi una conseguenza ulteriore che andrebbe calcolata, come prescrivono le procedure parlamentari. Se i lavoratori guadagnano di più è prevedibile che consumino anche di più: un effetto di carattere keynesiano che le nostre stime indicano in circa 4 miliardi di euro. Se si tirano le somme, in definitiva, quella misura non costa 2 miliardi. Ma determina maggiori entrate per 14. Siamo invece d'accordo sui costi impliciti nella detassazione della 13° e 14° mensilità che il quotidiano quantifica in 7,9 miliardi. Di questo dato il programma del Popolo della libertà ha tenuto conto. Tant'è che quella misura sarà solo "graduale e progressiva", nel rispetto cioè dei vincoli di bilancio. Se vi saranno le risorse, dopo aver rilanciato lo sviluppo, come indica la "prima missione", vi saranno margini per poter rispettare anche questo impegno. L'importante è che i benefici derivanti dalla maggiore crescita non vadano solo ad incrementare i profitti, ma si ripartiscano equamente tra tutti coloro che vi hanno contribuito. Infine un'ultima chicca. Per il quotidiano l'abolizione delle province comporterebbe un risparmio di 300 milioni. Non sappiamo da dove derivi questa cifra. I dati ISTAT indicano, per il 2006, una spesa complessiva di oltre 13 miliardi. Forse non tutto potrà essere risparmiato, ma tra le due indicazioni esiste una distanza siderale. Conclusione. Bastano gli esempi indicati, e senza considerare l'abolizione delle province, per dimostrare che il programma del Pdl ha tenuto nel debito conto i vincoli derivanti dall'equilibrio finanziario. Del resto richiamato come elemento irrinunciabile ai primi punti della "settima missione". I dati reali ne riducono l'esposizione ad un massimo di 33 – 34 miliardi in 5 anni. Se questo costituisce un "libro dei sogni", l'Italia è messa molto peggio di quanto finora è stato dato di sapere. |