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Il governo delle tasse Romano/Prodi autore di uno dei più ampi aumenti delle imposte Un esecutivo che soffoca le forze produttive di Gianni Ravaglia Nonostante l'euro forte, l'aumento dei prezzi in dollari delle materie prime e di quelle energetiche comincia a pesare sull'inflazione europea e italiana. A condizioni invariate, si può supporre che l'aumento dei prezzi del 2,4%, il più alto toccato dal giugno 2004, non sia che l'inizio di un trend ascendente. Se poi saranno confermati i dati che segnalano, per l'Italia, una riduzione della produzione industriale e del prodotto interno, ci troveremmo di fronte a ciò che gli economisti chiamano stagflazione. Una realtà che vede la somma, in un vortice perverso, di inflazione e stagnazione. Per i cittadini, significa avere una decurtazione del potere d'acquisito dei propri salari, congiunta ad una decrescita, tanto cara agli ideologi dell'ambientalismo, che comporta crisi aziendali e disoccupazione. Rincorsa salari-prezzi-salari, disavanzi pubblici crescenti, vincoli amministrativi sui prezzi, rigidità del mercato del lavoro, sono gli interventi che le associazioni dei consumatori di origine sindacale e i sindacati hanno ricominciato a chiedere. Hanno dimenticato gli errori commessi negli anni settanta, quando, con tali politiche, l'inflazione raggiunse il 20%. Allora i governi si fecero travolgere dalle pressioni sindacali e dalla crisi petrolifera e imposero scelte dirigistiche sui prezzi, chiusure alla concorrenza internazionale, debito pubblico crescente. Poi venne il tracollo. Cui seguirono nuove regole finanziarie, l'abbandono del punto unico di contingenza e lo smantellamento delle fallimentari aziende pubbliche, ma i nodi di fondo che bloccavano la competitività del Sistema Italia, non furono sciolti. L'unica misura, per così dire, innovativa, è stata quella di aumentare le imposte. La pressione fiscale (tasse più contributi) sul Pil dal 26,8% che era nel 1970, ha raggiunto, oggi, il 43%. Una crescita che non è stata utilizzata per ridurre il debito pubblico. Esso, infatti, è passato dal 38% del Pil nel 1970 al 57% nel 1975, per poi raddoppiare nei successivi trent'anni. Per contro, sono invece aumentate le spese della potente casta statalista. Spese che incidevano per un 33% sul Pil nel 1970, mentre oggi raggiungono il 50%. L'irresponsabilità politica e finanziaria che ha minato le fondamenta del nostro equilibrio economico, tanto da farci temere il peggio ad ogni input negativo dell'economia internazionale, è cominciata in quegli anni con il compromesso storico e la concertazione governo-sindacati-grande industria. Un sistema di potere ancora oggi al comando che, per tutelare, male, se stesso, ha sconfitto gli interessi nazionali. Non si dovrebbe mai dimenticare che tale sistema, negli indici dei paesi industrializzati, ci ha regalato due Oscar alla carriera: quello della minor crescita economica e quello del maggior debito pubblico. Un sistema che, in passato, quando l'orgia delle spese diventava insopportabile, per recuperare competitività, svalutava il potere d'acquisto della lira. Questa valvola, che truffava i cittadini per nascondere gli errori, con l'Euro non esiste più. Se la si volesse usare di nuovo, faremmo la fine dell'Argentina. La competitività ce la dobbiamo guadagnare con politiche virtuose. Ma Prodi, degno erede dei drogati da spesa pubblica, ad eccezione delle limitate liberalizzazioni, fino ad ora, non ha fatto altro che ripetere, amplificandoli, gli errori del passato. Ad una delle più ampie manovre di crescita della tassazione che si ricordi, ha fatto seguire una delle più estese manovre di aumento della spesa corrente. Ha tolto ossigeno a tutta la società produttiva per remunerare i propri clienti. Con l'aggravante di aver bloccato ogni investimento infrastrutturale ed energetico. L'immagine del suo sorridente faccione, al seguito delle imprese italiane che stanno delocalizzando in Cina e in India, al pari di quella seria e compunta con la quale ha inibito investimenti esteri in Italia, sono emblematiche del tragico fallimento di una politica e di una alleanza. Sintomatico della perversione cui può condurre l'assenza di un progetto politico che guardi all'interesse nazionale è stato anche il recente sciopero generale dei trasporti. I sindacati del pubblico impiego hanno voluto fermare l'Italia per ottenere, dai propri rappresentanti al potere, ancora più risorse, da prelevare dalle tasche di quegli stessi cittadini che hanno lasciato a piedi, per garantire la sopravvivenza di aziende decotte quali l'Alitalia o del tutto inefficienti come le ferrovie e le aziende di trasporto pubblico. Non hanno ancora capito che l'inflazione è una brutta bestia. Se continuerà a crescere, la Banca Europea aumenterà i tassi, chi ha un mutuo pagherà di più, le imprese investiranno meno, la disoccupazione crescerà, il potere d'acquisto di pensionati e lavoratori diminuirà e lo Stato, ancor più indebitato, avrà minori risorse da distribuire. E Veltroni vuole tenere in piedi Prodi ancora per un anno? Se così fosse, Berlusconi non potrà che ringraziare. |