Intervista a Walter Veltroni/Il messaggio del Sindaco della capitale ai repubblicani

Edera, partito centrale nella costruzione dell'Italia

di Lanfranco Palazzolo

C'era una movimentata seduta del Consiglio comunale e contemporaneamente una manifestazione davanti al Campidoglio. Ma siamo comunque riusciti a contattare il sindaco di Roma Walter Veltroni. "Quella repubblicana è una delle radici fondamentali su cui è cresciuto l'Ulivo". E' questo il punto di vista del primo cittadino che, in questa intervista, spiega ai lettori della "Voce" cosa avrebbe detto alla platea del Congresso del Partito Repubblicano Italiano.

Sindaco Veltroni, cosa avrebbe detto al congresso dell'Edera che si apre all'Ergife di Roma?

"Tutto quello che avrei detto è impossibile sintetizzarlo in una sola risposta. Posso dire, però, da dove probabilmente sarei partito: dall'esigenza di uno sforzo il più ampio possibile per dare all'Italia quelle riforme istituzionali, economiche e sociali di cui ha bisogno. E dall'urgenza di abbandonare un terreno che giustamente gli italiani dimostrano di non sopportare più: quello della rissa continua, degli avversari trasformati in nemici, di una politica troppo spesso prigioniera di veti reciproci e pregiudiziali e quindi incapace di trovare quella sintesi indispensabile quando si tratta di affrontare le questioni di grande interesse nazionale".

Quali sono stati i suoi rapporti con politici con il Pri?

"Sono stati intensi, visto il ruolo e il peso del Pri sia a livello nazionale, sia qui a Roma, quando ad esempio ero ancora un giovane Consigliere Comunale. Potrei parlare ovviamente del rapporto di stima, credo reciproca, con Giorgio La Malfa, o, ancora, di Oscar Mammì. E poi vorrei citare un uomo arrivato alla politica dal giornalismo e che per la sua formazione, oltre che per la sua sensibilità, seguiva con particolare passione i problemi legati al mondo della comunicazione e dello spettacolo. E' un uomo che ci ha lasciato troppo presto, Mauro Dutto".

Ai tempi della sua segreteria dei Democratici di sinistra, quale contributo ricorda del Partito repubblicano nella coalizione dell'Ulivo?

"Quella repubblicana è stata una delle radici fondamentali su cui è cresciuto l'Ulivo. Dal punto di vista della cultura politica ne vedevo i segni soprattutto in un rigore economico mai disgiunto dall'attenzione ai diritti e ai bisogni delle persone, oltre che in una visione dei problemi internazionali libera da ogni pregiudizio ideologico e capace di "insegnare", a chi ancora faticava a farlo pienamente, la necessità di lasciare in soffitta ogni residuo di anti-americanismo".

Per la sinistra degli anni ‘70 cosa incarnava Ugo La Malfa? Veniva considerato dai giovani della Fgci come l'uomo del dialogo con la sinistra?

"Intanto una premessa: la sinistra degli anni Settanta era piuttosto eterogenea. Per quanto mi riguarda sì, vedevo La Malfa come un uomo politico con il quale il confronto era prezioso. Erano anni di politica ‘chiusa', ingabbiata dalle ideologie e dal mondo diviso in blocchi di appartenenza. Per chi si sentiva stretto da questa logica, La Malfa era una delle possibilità per provare ad uscire all'esterno per "respirare" altre idee, altre visioni politiche".

A suo giudizio quale è stato storicamente il ruolo dei repubblicani?

"Senza andare ancora più indietro nel tempo, se penso al dopoguerra, alle idee di quei repubblicani che facevano parte del Partito d'Azione, e poi a questi sessant'anni di storia della nostra Repubblica, ci sono valori fondamentali che spiegano il ruolo dei repubblicani, dalla laicità dello Stato a una concezione "integrale" della democrazia, dalla costante attenzione al risanamento economico senza perdere di vista la coesione sociale, a una visione ferma e chiara della collocazione internazionale dell'Italia".

Una forza della sinistra democratica a quali ideali del repubblicanesimo si deve rifare?

"A questi appena citati, insieme a una dimensione "etica" della politica che aveva proprio in Ugo La Malfa uno dei migliori rappresentanti".

Trova che oggi i partiti politici abbiano perso quelle peculiarità che distinguevano partiti come il Pri?

"E' un po' tutta la politica, oggi, che ha perso alcuni dei connotati fondamentali che aveva la politica incarnata da quella generazione che era uscita dalle lacerazioni della guerra, che aveva saputo ricostruire materialmente e moralmente l'Italia e che per questo sapeva confrontarsi e anche scontrarsi, ma sapeva anche ritrovarsi unita quando in gioco erano gli interessi del Paese. Come ho detto all'inizio, questo oggi purtroppo sembra essersi perso. E' una rotta sbagliata, che va invertita".

Cosa pensa della politica estera del Pri?

"Lo accennavo prima: il suo merito è quello di aver tenuto sempre ferma la barra del rapporto di amicizia con gli Stati Uniti. Anche quando non era semplice farlo. Semmai, qualche volta, questa coerenza ha fatto velo a qualche rilievo critico che poteva essere mosso senza intaccare un giusto atteggiamento di fondo".

Una forza democratica come il Partito repubblicano avrebbe dato forza e riconoscibilità ad una sinistra democratica moderna ed atlantista?

"E' difficile fare la storia con i "se", però da quel che ho detto finora mi sembra che la risposta sia implicita".

Pensa che una legge elettorale debba salvaguardare un patrimonio ideale come quello dei Repubblicani?

"Penso che una legge elettorale non possa avere questo compito, e d'altro canto non penso che ne possa avere nemmeno la possibilità. Questo è un compito che spetta alla politica e ai suoi rappresentanti, è un compito al quale sono certo si sentono chiamati tutti i repubblicani".

Senza intervenire direttamente nel dibattito sulla riforma elettorale, quale è stato in passato il suo modello di riferimento?

"Non ho problemi a dire qual è anche attualmente la mia posizione in proposito: la stabilità di cui l'Italia continua ad avere un enorme bisogno è stata tanto più vicina, in questi ultimi dieci anni, tanto più ci siamo incamminati lungo la strada del bipolarismo, iniziata con la riforma in senso maggioritario del vecchio sistema elettorale proporzionale. L'obiettivo è che siano i cittadini a decidere lo schieramento e il leader destinati a governare, per cinque anni, in base al programma per il quale sono stati scelti. E' il voto dei cittadini che deve scegliere, e a far questo può essere il sistema elettorale dei Comuni, che ormai da tempo dà una buona prova di sé. E' un sistema che alla sua base proporzionale accompagna un premio di maggioranza, e che dunque da una parte favorisce le aggregazioni, e dall'altra rispetta e dà valore sia alla scelta dei cittadini, sia alla possibilità del Sindaco, eletto grazie alla loro esplicita indicazione, di avere gli strumenti necessari ad amministrare per tutta la durata del suo mandato. La stabilità passa da qui, da queste condizioni, e comunque da un sistema che garantisca innanzitutto il rilancio e il definitivo affermarsi del bipolarismo. Quale sarà il sistema lo deciderà il confronto che mi auguro coinvolgerà tutte le forze politiche".

Ernesto Nathan è stato un modello da seguire?

"Non c'è dubbio che tra i "miti" della Roma del Novecento quello di Ernesto Nathan è forse il più longevo. La volontà di fondo della giunta Nathan fu quella di incidere concretamente sullo sviluppo di una città caratterizzata da una eccezionale crescita demografica e peraltro legata a strutture ampiamente obsolete nei settori della mobilità, della pianificazione urbanistica e persino dell'approvvigionamento alimentare. Nathan seppe unire un efficace pragmatismo, fatto di profonda conoscenza della macchina comunale e concreta operosità amministrativa, e una convinta prospettiva politica e culturale in grado di mobilitare momenti e valori fino ad allora marginalizzati. In questa capacità di unire concretezza e visione, Nathan resta senz'altro un esempio".