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Nel segno dell'Eldr Il nostro simbolo quello della Giovane Europa di Mazzini Un manifesto di valori liberali alla cui stesura hanno contribuito anche intellettuali non iscritti al PRI, sarà approvato dal Congresso che si apre oggi a all'Ergife di Roma. I repubblicani sono intrinsecamente e storicamente legati alla storia dell'Europa come modello di organizzazione politica. Il simbolo dell'Edera non è simbolo del PRI. Esso è il simbolo della Giovine Europa fondata da Mazzini a Berna nel 1834. E l'antica storia repubblicana ci consente di vedere con lucidità i limiti di questa Europa. Sono stati fatti passi importanti, significativi, di un processo di integrazione economica che dovrà diventare integrazione politica. Il nostro obiettivo sarà quello di fare nascere un Governo Europeo che sostituisca, in via definitiva, la Commissione Europea. Per agire in questo senso, i repubblicani hanno un riferimento preciso dal quale non intendono allontanarsi, anzi di cui si propongono il rafforzamento: l'ELDR, il partito Europeo dei liberali, democratici e riformatori. Dagli inizi degli anni '90 le carte geografiche che tracciano i confini economici dei singoli paesi o dei singoli continenti sono state ridisegnate. Ci sono paesi che hanno fatto passi da gigante. Non solo Cina, India, o Sud est asiatico, il cui peso specifico è passato in quindici anni dal 17,6 al 31,2 del PIL mondiale. Nel 2007, l'Azerbajan crescerà del 18 per cento. Il Sudan del 12, l'Angola dell'11. Mauritania e Liberia oltre il 10. Il Kazakistan, al confine tra Russia ed Iran, prevede di crescere del 19 per cento in meno di tre anni e di essere tra i primi 50 paesi del mondo come reddito pro-capite, nei prossimi dieci. Ci sarà anche l'Italia? Desta qualche sorpresa la gioiosità con cui Joaquin Almunia ha illustrato le ultime previsioni di crescita per l'Europa. L'obiettivo, sottoposto tuttavia a tante incognite ed interrogativi, è del 2,7 per cento. Contro il 2,9 che si presume aver conseguito nel 2006. Per l'Italia si parla del 2 per cento. Una delle economie più lente tra le dieci che si sviluppano ai livelli più bassi. Ma il confronto, sempre che Almunia abbia ragione, fa ugualmente impressione. Ed esso va fatto tenendo conto che in questi ultimi anni l'economia mondiale cresce ad un ritmo del 5 per cento. Due sono le direzioni in cui vogliamo allora operare: smantellare vecchie strutture ormai superate dall'incedere dei tempi; creare percorsi che garantiscano una diversa dislocazione delle forze in campo. Esiste poi una terza condizione: il processo deve fare leva soprattutto sulle regole di mercato. E non per una concessione all'ideologia liberista. Ma perché il mercato può dare con maggior velocità ciò che è precluso alla mano pubblica. Non sarà semplice imporre una regola che trova, nella sua semplicità, un punto di forza irresistibile. Fa da velo, soprattutto, un malinteso senso del solidarismo, che troppo spesso sconfina nell'egualitarismo e quindi nell'appiattimento retributivo. Uno dei compiti fondamentali del nostro partito è di individuare alcune priorità: il contenimento della spesa corrente, il ridimensionamento degli apparati pubblici, la riduzione della pressione fiscale. Noi repubblicani sosteniamo che equità e crescita economica non sono elementi contrapposti. L'uno è il presupposto dell'altro. E viceversa. La mancanza di equità, alla lunga, strozza lo sviluppo. Ma se il Paese non cresce non c'è alcunché da ripartire se non l'indigenza generalizzata. E allora, appartenere alla destra o alla sinistra, dipende dalle circostanze. Dal grado di benessere conseguito, dalla dimensione degli squilibri sociali, dalle priorità che, di volta in volta, caratterizzano l'evoluzione economica e sociale del Paese. Queste sono state, del resto, le grandi coordinate che hanno guidato, in questi anni, l'azione del partito. Siamo stati nel centro – destra, perché convinti di interpretare le grandi aspirazioni del Paese. Specie nel momento in cui il crollo del comunismo reale ne svelava le tragiche illusioni. Ma non siamo mai stati contrari al riformismo di ispirazione laica. Anzi, con queste forze, abbiamo sempre collaborato. E con esse abbiamo fatto grande l'Italia. Nei loro confronti non abbiamo quindi preclusioni di sorta. Anche oggi siamo disposti a riprendere la vecchia strada. Ma non ci si chieda di giurare sulle sorti progressive di un'ideologia che non ci è mai appartenuta. Né di rifiutare l'insegnamento di quella storia che da Mazzini ai nostri giorni è stata la nostra unica, vera maestra di vita. Roma, 29 marzo 2007 |