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Olimpiadi in salita per Pechino/Alle critiche si aggiunge anche la rivolta tibetana I Giochi e le molte spine nel corpo del Dragone di Junius La rivolta dei monaci buddisti in Tibet e la dura repressione che ne è seguita hanno acceso i riflettori su uno dei problemi che la Cina contemporanea si trascina dal suo passato e che si sommano a quelli creati dal recente e tumultuoso sviluppo. Problemi che, con tutta probabilità, si andranno vieppiù manifestando in vista delle prossime Olimpiadi e che gli osservatori occidentali, colpiti dalle profonde trasformazioni indotte dalla crescita economica e dai concreti interessi che essa coinvolge, hanno spesso preferito ignorare e sottovalutare. D'altra parte, anche in questo caso le reazioni ufficiali sono state molto prudenti. Il solo ministro degli Esteri francese, Bernard Kouchner, pur escludendo un boicottaggio delle Olimpiadi, ha fatto un velato accenno al legame che pure intercorre tra i giochi "e le aspirazioni tibetane che la Cina deve tenere in considerazione". Il Tibet, peraltro, non è la sola spina nel fianco del Dragone. E' di pochi giorni fa la notizia, di fonte ufficiale, secondo cui sarebbe stato scoperto e tempestivamente sventato un piano di attentati messo a punto, proprio in vista delle Olimpiadi, dai separatisti musulmani di etnia uigura della provincia occidentale dello Xinjiang. Se la notizia è recente, il problema è antico. La rigida censura cinese non consente di scoprire il velo su vicende che si svolgono lontano dalle grandi città, ma qualche informazione ogni tanto trapela; ed è probabile che la spinta centrifuga sia in quella regione più forte di quanto le autorità non vogliano ammettere. E poi c'è il dissenso diffuso. Quello degli intellettuali; quello dei contadini con le loro periodiche sommosse; quello dei religiosi; quello dei seguaci del Falun-Gong, perseguitati e torturati; quello confinato nei "laogai", i lager dove si pratica il lavoro forzato. Certo, tutte forze minoritarie di fronte ai grandi numeri ai quali la Cina è abituata e a cui ci ha abituato. Deng Xiaoping spiegò agli occidentali che il milione di persone in rivolta sulla piazza Tienanmen rappresentava meno dell'uno per mille della popolazione cinese. E pure quella ferita continua a sanguinare e ad alimentare la diffidenza nei confronti di un gruppo dirigente che, ora come allora, ricorre sempre e comunque alla forza per eliminare il dissenso. Ma non basta. Il primatista mondiale della maratona, l'etiope Heile Gebrsellassie, ha deciso di non partecipare a questa specialità durante i giochi di Pechino "per i rischi legati allo smog". E in questo modo ha riaperto i riflettori - se ancora ce n'era bisogno - su un altro problema, quello dell'inquinamento. E che non può certo essere considerato un problema circoscritto, interno alla Cina, dal momento che il colosso asiatico è ormai di gran lunga il principale inquinatore mondiale e sta forse compromettendo definitivamente l'intero ecosistema del pianeta. L'annuncio dell'atleta etiope ha creato grande imbarazzo anche tra gli organizzatori dei giochi, perché rappresenta la prova manifesta che - malgrado gli impegni assunti a suo tempo e le assicurazioni fornite in seguito - poco o nulla è stato fatto per allentare la cappa di smog che grava su Pechino (e sulle altre città). Ma la spina più insidiosa, nel corpo del Dragone, è l'inflazione galoppante. In un solo mese, tra gennaio e febbraio, l'aumento dei prezzi al consumo su base annua è balzato dal 7,1 al 8,7 per cento, e c'è chi ritiene che questo dato sia volutamente sottostimato. Si tratta di un fenomeno transitorio, dovuto alle cattive condizioni climatiche che hanno influenzato negativamente i raccolti - come sostengono le autorità cinesi - o di una tendenza più profonda, destinata prima o poi a sfuggire a ogni controllo senza una drastica modifica della politica monetaria? E se la situazione dovesse esplodere proprio nei prossimi mesi? Insomma, l'ultimo tratto del percorso verso i giochi di Pechino si presenta tutto in salita. Le Olimpiadi, che dovevano essere una passeggiata trionfale e mostrare al mondo i successi della nuova potenza asiatica, rischiano di essere il catalizzatore di tutti i problemi che il Dragone ha preferito finora rimuovere. Il fatto è che quando la Cina chiese ed ottenne di aderire al Wto e di celebrare a Pechino le Olimpiadi del 2008, portando così a compimento il percorso di apertura verso l'esterno avviato da Deng Xiaoping, il suo gruppo dirigente non immaginava che la globalizzazione avrebbe avuto anche dei costi. Che non avrebbe riguardato esclusivamente le esportazioni verso l'estero e gli investimenti stranieri in Cina, ma investito l'intero sistema economico. Che non sarebbe servita soltanto a celebrare i successi della nuova potenza, ma ne avrebbe messo anche in luce le contraddizioni, le arretratezze, l'autocrazia. Che non avrebbe mandato in soffitta il ricordo di Tienanmen, ma avrebbe semmai riproposto gli stessi problemi moltiplicati e dilatati proprio dai riflettori che gli stessi successi economici hanno contribuito ad accendere sulla Cina. L'antico Impero di Mezzo si trova ora di fronte al dilemma che sempre ha accompagnato la sua storia millenaria: integrarsi nel mondo accettandone le regole, o ripiegare su se stesso. Nel quindicesimo secolo, nel pieno di una fase espansiva, scelse questa seconda strada e pagò la sua scelta con un lungo declino. Non è dato sapere quali saranno, per il prossimo futuro, gli orientamenti del suo gruppo dirigente. Possiamo dare invece per certo che quando le luminarie delle Olimpiadi si saranno spente, niente per la Cina sarà più come prima. |