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Statalismo e tasse affossano il Paese La cura tutta sbagliata del governo Prodi E la ridistribuzione andò a danno dei poveri di Gianni Ravaglia Se l'euro non ci facesse da scudo, con un governo che propone la tassazione degli interessi sui Bot che, occorre ricordare, finanziano il terzo maggior debito pubblico del mondo industrializzato, avremmo ancora investitori che li acquistano o faremmo la fine dell'Argentina? E se l'euro ci salva, per il momento, dal fallimento dello Stato, che dire della pericolosa china che ha imboccato, da tempo, la nostra economia reale? C'è chi pensa - il governo è tra questi - che l'aumento dei prezzi delle materie prime, del cibo e dell'energia sia un fatto congiunturale, destinato a rientrare entro pochi mesi. Non è così. I prezzi di tali prodotti sono destinati a salire negli anni a venire. Per il semplice motivo che, al contrario di quanto afferma il Papa e tanta parte della sinistra, la globalizzazione ha cancellato la fame per miliardi di persone. Che oggi reclamano più carne e quindi più foraggi, più grano, più materie prime, più energia, con inevitabili conseguenze sui prezzi. Chi pensa che, arrivato a 100 dollari al barile, il prezzo del petrolio sia destinato a ridursi, si sbaglia. La crescita dei consumi, la volontà politica antioccidentale dei paesi produttori, l'instabilità politica del Medio Oriente, porterà il petrolio, nel medio termine, a superare di gran lunga i record attuali. La stessa crisi di liquidità delle banche internazionali, dovuta alla concessione di prestiti rivelatisi inesigibili, è stata tamponata con una notevole immissione di moneta da parte delle banche centrali. Gli esperti ci dicono che tale crisi non è finita, per cui le modalità scelte per affrontarla non possono che generare nuova inflazione. Ma il dibattito politico non pare voglia misurarsi con quello che, ormai, si conferma come il più epocale, rapido e strutturale mutamento della divisione internazionale del lavoro e delle ragioni di scambio dei tempi moderni. Quando negli anni Settanta e Ottanta, a seguito dei forti aumenti dei prodotti petroliferi, abbiamo dovuto affrontare analoghi, seppur temporanei, sconvolgimenti, la classe dirigente politica, sindacale e confindustriale scelse la scala mobile, una maggiore rigidità del lavoro, la socializzazione delle perdite e l'esplosione del debito pubblico. Con la conseguenza di avviare il declino progressivo dell'economia italiana, che ancora oggi perdura. Immemore degli errori compiuti in passato, incapace di comprendere il reale corso degli eventi, il governo Prodi ha applicato un programma di vecchie parole d'ordine classiste. All'insegna del "ridistribuire", parola d'ordine invero stupida in un sistema economico in declino, sindacati e governo hanno strappato ingenti risorse al sistema produttivo, lavoratori e imprese, per destinarle a pensionati cinquantenni e a consumi pubblici. Salvo scoprire, dopo aver ridistribuito in mille rivoli oltre 30 miliardi di euro in due finanziarie, che i salari del settore produttivo sono troppo bassi e che la stessa produttività non cresce. Eppure, le ragioni di tale andamento sono note da tempo. Secondo i dati dell'Ocse, nel 2006 un lavoratore italiano è costato mediamente alla propria impresa 29.138 euro all'anno, mentre un lavoratore statunitense è costato 27.911 euro. Con la differenza che il lavoratore italiano si è messo in tasca 16 mila euro, mentre l'americano, in saccoccia, ne ha messi circa 20 mila. Vale a dire che il lavoratore italiano costa all'azienda 1.200 euro in più di quello americano, ma il suo salario effettivo è inferiore di ben 4 mila euro. Sono le tasse e i contributi a fare la differenza. E se i contributi finanziano sanità e previdenza, che pur con le loro magagne, almeno, offrono prestazioni migliori di quelle americane, le tasse finanziano uno Stato pletorico e inefficiente che divora ogni anno il 50% del prodotto nazionale. E non è tutto. Sul salario, già taglieggiato dalle tasse, i lavoratori italiani sono costretti a pagare, sui consumi di gas e benzina, oltre l'aumento della materia prima, altre imposte, con percentuali che vanno dal 50 al 70%. Appare evidente, allora, che lo statalismo e le tasse che lo sostengono sono i veri nemici del potere d'acquisto degli italiani. La scelta di ridistribuire verso il basso elevando la tassazione dei redditi medio-alti, delle imprese e del risparmio, in un tale quadro si configura come una mera scelta di assistenzialismo classista. Non serve, invece, ad innescare un meccanismo di crescita. Il solo che può alleviare strutturalmente le sofferenze dei più deboli. Senza centrali nucleari, senza infrastrutture, senza liberalizzare i mercati e le professioni, senza tagli alla spesa pubblica corrente il declino continuerà. E i danni maggiori seguiteranno a subirli i più poveri. |