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A vent'anni dalla morte di Rosario Romeo/Storico e parlamentare europeo del Pri Seppe contrastare l'egemonia culturale del marxismo di Riccardo Bruno Rosario Romeo? Uno storico che è sempre stato ostile "ad ogni via breve escogitata per eludere problemi". Questa frase di Renzo De Felice ricorda nel modo migliore una personalità tanto complessa ed importante quale quella di Rosario Romeo, oggi che sono passati vent'anni dalla sua scomparsa. Per ciò che concerne la cultura italiana, innanzitutto, ma anche la storia del Partito repubblicano. Il rapporto del Pri con Romeo, ne facciamo subito un accenno, non fu certo facilissimo. La formazione squisitamente crociana dello storico era alla base della maggiore simpatia che egli provava per Cavour, rispetto a Mazzini. E questo non può essere sottovalutato. Ma Romeo aveva anche nutrito a lungo una diffidenza per le aperture politiche a sinistra di Ugo La Malfa. Perché se c'era un avversario ideale di Romeo quello era rappresentato dal marxismo, e La Malfa era impegnato nella formazione del centrosinistra. Tanto che Montanelli, con cui Romeo collaborò a lungo, scriveva che "c'era un pazzo in giro per l'Italia che diceva di essere La Malfa". Quando La Malfa si sentì deluso dal Pci e iniziò a criticare il Psi, le cose migliorarono. Ma negli anni della lotta al terrorismo e della solidarietà nazionale, Romeo aveva un posizione bellicosa. In un'intervista a Ugo Stille sul "Corriere della Sera" sosteneva: "Io dico che negli anni che vanno soprattutto dal ‘68 al ‘72 molti atti di violenza non sarebbero stati possibili senza la copertura politica dei comunisti. Mi riferisco soprattutto alla contestazione nelle scuole e nelle università. Ricordiamoci dell'autunno caldo, degli incidenti di via Larga a Milano. Ricordiamoci delle intimidazioni contro i docenti, delle violenze verbali e morali. E' senza un'efficace reazione che questa mala pianta è cresciuta". Più che una barriera contro il terrorismo, per Romeo il Pci ne era fondamentalmente responsabile. Tanto da ritenere che un collegamento fra Pci e terrorismo ci fosse: "chi lo esclude lo fa per un meccanismo di autodifesa. Ma è troppo comodo". Idee chiare, difficili per il partito, ma anche un'analisi fredda, giudizi severi, che avrebbero lasciato un segno. Romeo faceva respirare all'intelligenza italiana un'altra aria rispetto a quella a cui si era pure abituata con il '68, che Romeo disprezzava. E a distanza di vent'anni possiamo dire che è stato un vanto averlo avuto nelle nostre file, tanto più ritenendo che abbia perfettamente ragione Giuseppe Galasso quando descrive la personalità di Romeo (martedì scorso sul "Corriere della Sera") tale da non consentire che venga arruolata postuma "in qualche parte politica di oggi". Rosario Romeo va consegnato al suo tempo interamente, ormai il secolo scorso, ed il problema per coloro che lo ricordano con affetto e gratitudine è semmai quello di riuscire ad essere all'altezza del suo esempio. Un esempio di originalità, di rigore metodologico, di anticonformismo, soprattutto. Tale da scompaginare quell'ambiente della storiografia, piuttosto stantio, in cui mosse i suoi primi passi. Pensiamo alla sua prima opera, "Il Risorgimento in Sicilia", scritta a ventisei anni, e che aveva dato a Romeo una ribalta nazionale che presto diventerà internazionale. Egli puntava dritto contro i liquidatori del Risorgimento e della classe dirigente dell'Italia liberale. Si scontra subito con Gramsci ed i gramsciani, in sostanza, che avevano acquistato, ahinoi, la sovrintendenza putativa della storia d'Italia. La rivista "Nord e Sud" nel ‘56 e nel ‘58, diventa il campo di battaglia di Romeo. L'impianto accusatorio della storiografia gramsciana poggiava – oltre che sulle già note riserve sulla natura elitaria del Risorgimento e gli aspetti conservatori dello Stato liberale – sull'analisi delle debolezze, dei ritardi e degli squilibri dello sviluppo capitalistico italiano. In sostanza Gramsci ma anche Sereni, autore de "Il capitalismo nelle campagne", e i marxisti in generale, attribuivano le cause delle persistenza di residui feudali e della distorsione dello sviluppo economico del paese - fino al dopoguerra incluso - alla mancata realizzazione di una riforma agraria. La diffusa e solida proprietà piccolo coltivatrice su base familiare, che si era creata in Italia, era, secondo il loro metro, il freno al compimento del Risorgimento. Romeo rispondeva negando che la creazione di una piccola proprietà contadina avesse avuto un effetto controproducente. Al contrario, solo la diffusione di aziende agricole capitalistiche a salariati appariva funzionale all'affermazione del capitalismo nelle campagne e di sostegno allo sviluppo industriale. La tesi di Gramsci sul Risorgimento era quella di una rivoluzione sociale mancata. Romeo ne contesta il cliché e lo demolisce pezzo per pezzo. In "Risorgimento e capitalismo", ad esempio, dimostra come la tesi gramsciana fosse più ideologica che storica. Romeo vi sostiene che con il drenaggio delle risorse provenienti dal mondo agricolo, lo Stato avrebbe finanziato la costruzione delle infrastrutture, presupposto indispensabile per quel primo decollo industriale che avverrà poi nel periodo depretisiano. Pur avendo ben presenti tutti i limiti ed i costi economici ed umani di questo processo, Romeo era fermamente convinto dell'importanza decisiva che lo Stato e la classe dirigente postunitaria avevano avuto nella modernizzazione dell'Italia. Ed attribuiva alla borghesia quel ruolo di ceto aperto in grado di contribuire alla trasformazione del paese in una società industriale moderna. E' in questo momento che Romeo incontra Keynes ed il Partito repubblicano, non sul fronte dei padri del Risorgimento, dunque, ma sulle possibilità di un progetto di emancipazione economica del Paese. Egli difendeva il maggiore realismo della politica cavouriana rispetto all'ideologia mazziniana e convinse molti ambienti del partito che solo la soluzione moderata fosse quella possibile, per lo meno l'unica capace di realizzare l'Unità del Paese e di mantenerla. Ma certo non ci rimproverò mai l'idealismo mazziniano che, abbiamo ragione di credere, comprendesse fin troppo bene. Del resto nella questione meridionale Romeo si mostrava molto più mazziniano che cavouriano. Per lui lo Stato, che sul finire dell'Ottocento era intervenuto per avviare lo sviluppo industriale localizzatosi nel Nord, avrebbe dovuto svolgere un ruolo centrale nel processo di riequilibrio economico e civile del Paese. Quando, però, apparve chiaro che i partiti tendevano ad allargare la sfera di controllo sull'economia, Romeo non esitò a denunciare quel fenomeno, così come stigmatizzò i guasti arrecati dal sindacalismo selvaggio, l'inefficienza burocratica, la perdita della cinghia di trasmissione tra amministrazione dello Stato e classe politica, il terrorismo, il dissesto della finanza pubblica, l'elefantiasi del sistema distributivo, l'occupazione della società civile da parte dei partiti. Su questo, egli e Ugo La Malfa la pensarono presto nel medesimo modo, tanto che La Malfa nella sua intervista alla Fallaci già nel '74 inizia un processo critico dell'esperienza del centrosinistra. La scomparsa di Romeo lascerà nel Pri un vuoto gravissimo che il gruppo dirigente del partito non riuscirà a colmare negli anni successivi. Oggi è oggettivamente ancora più difficile reggere il passo con un passato intellettuale e politico cosi ricco, soprattutto ritenendo necessario rilanciare temi ed idealità in un complesso sociale che sembrerebbe non conservare, di tutta questa storia, nemmeno la traccia. Eppure, un partito repubblicano ha sostanzialmente questo dovere da esercitare. |