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Ridefinire il ruolo delle istituzioni/Dopo i guasti delle ultime leggi elettorali Quella italiana è una "democrazia appannata"? di Italico Santoro Molti osservatori - e noi tra quelli – hanno considerato il Pdl e il Pd, per la loro composizione ed il loro linguaggio, più vicini ai partiti americani che a quelli europei. Come abbiamo scritto proprio su questo giornale, sono partiti "tendenzialmente trasversali", che ricomprendono al loro interno culture disomogenee, storie e aspirazioni anche molto diverse tra loro. Per dirla con Giuseppe De Rita, "nelle nostre vicende sociopolitiche il fattore appartenenza sta irrevocabilmente vincendo sul fattore identità", e i due maggiori partiti italiani non sono più, come in passato, partiti "identitari" ma partiti fondati sull'appartenenza. "L'identità - scrive De Rita – resta un residuo del passato", serve al più "per rivendicare un peso"; ma "è l'appartenenza il fattore che tiene insieme i pezzi". Considerazioni tutte giuste. Ma l'accostamento al modello americano finisce qui. E di certo non regge più se dalle caratteristiche dei due partiti - tra l'altro assemblati in tutta fretta e senza una seria rivisitazione storica e culturale - si passa invece ad un più rigoroso esame dell'assetto politico ed istituzionale. Qui, francamente, avremmo molti dubbi. Ed è qui, su questo terreno, che emergono tutti i guasti che questa legge elettorale (ma, per la verità, anche la precedente) sta provocando. Il sistema americano, espressione rigorosa della separazione tra i poteri e quindi dei pesi e contrappesi che debbono caratterizzare uno stato democratico, si fonda intanto su due interlocutori entrambi forti ma autonomi l'uno dall'altro: il Presidente ed il Congresso. Autonomi tra loro anche quando sono espressione della stessa forza politica. In Italia - è perfino inutile dirlo - il Presidente (del Consiglio, ovviamente) è una figura debole, resa tale dalla scelta dei Costituenti che vollero una repubblica parlamentare. Ma grazie all'ultima legge elettorale (e, lo ripetiamo, in buona misura anche al "Mattarellum" che l'aveva preceduta), pure il Parlamento è stato depotenziato. E' diventato in pratica, nella sua componente maggioritaria, l'espressione di un premier debole; e, per larga parte di quella minoritaria - l'opposizione – l'espressione di un candidato premier che non è riuscito a vincere le elezioni. Dove sono le primarie - dure, disciplinate da regole ferree, qualche volta dilaceranti - che selezionano la classe dirigente delle istituzioni americane? O i congressi che selezionano la classe dirigente dei partiti inglesi, per fare riferimento alla più grande e antica tra le democrazie parlamentari? Il Pdl ha formato le sue liste - per riprendere una colorita espressione usata da Arturo Diaconale su "l'Opinione" di mercoledì scorso - "con lo stesso criterio ispiratore dell'elenco degli invitati ad un ballo di Luigi XV". Quanto alle primarie a cui ha fatto occasionalmente ricorso il Pd, hanno avuto più il sapore di una farsa che quello di una severa selezione, sono state manifestazioni plebiscitarie precostituite dai vertici piuttosto che un confronto vero tra personalità e proposte politiche sottoposte alla verifica elettorale. Nulla a che fare, insomma, con lo scontro tra Barack Obama e Hillary Clinton che ancora dilacera l'America democratica; o con quello tra McCain, Giuliani, Romney, Huckabee che ha infiammato l'America repubblicana. Per non parlare delle primarie meno note all'estero, quelle che selezionano candidati al Congresso, aspiranti governatori, potenziali sindaci. Come era prevedibile, il problema si è aggravato ulteriormente con il passaggio dal criterio "identitario" a quello "dell'appartenenza". Nel primo caso, gli elettori potevano quanto meno scegliere i partiti, se non le persone, e contribuire in questo modo a realizzare alcune scelte politiche piuttosto che altre. Adesso ai cittadini non resta che la magra soddisfazione di poter scegliere un "contenitore", data l'aleatorietà dei programmi e la precostituzione degli eletti. Francamente troppo poco, per una democrazia liberale. Più che ai sistemi politico-istituzionali nordamericani, l'Italia sembra volgere la sua prua verso quelli sudamericani. Confusione tra i poteri dello Stato, presidenti costretti a ricorrere periodicamente al richiamo populista, parlamenti esautorati, partiti dediti più alla spartizione delle spoglie che alla elaborazione dei programmi. Ed eletti sempre più "distinti e distanti" dagli elettori. Se proprio si vuol far ricorso ad una espressione di sintesi si può parlare di "democrazia appannata". E allora è ancora possibile pensare seriamente, dopo i guasti introdotti dalle leggi elettorali nefaste degli ultimi quindici anni nell'intero sistema politico-istituzionale, che si possa fare finta di niente? Si può seriamente pensare di non mettere mano alla Costituzione, per dare chiarezza al paese, e farne una democrazia presidenziale o ristabilire le regole di una coerente democrazia parlamentare? E possono essere affidati, questi compiti, ad un Parlamento composto da designati piuttosto che da eletti? Prima che la deriva trascini con sé, definitivamente, le istituzioni della democrazia. |