D'Alema candidato a Napoli/Ma preferisce parlare della politica internazionale

La spazzatura dà fastidio: meglio i fatti del mondo

di Luigi Compagna

Campagna elettorale difficile per il Ministro degli Esteri del Governo Prodi. Generosissimo nei confronti della propria causa, della propria storia, del proprio partito, Massimo D'Alema si è candidato a Napoli fra tanti cattivi umori e tanti pessimi odori. Distaccata, eppur calorosa, la sua considerazione di "ciò che è vivo e ciò che è morto" del bassolinismo; hegeliano al modo crociano pure il suo approccio alle incombenze del commissariato di De Gennaro; intriso di leninismo e al tempo stesso di snobismo, il suo onesto adoperarsi come curatore fallimentare di una sinistra che, ora delegando ora facendosi delegare, per tanti anni aveva fatto credere di avere trasferito Padania (nel senso di Emilia Romagna) nel regno di Borbonia. Atto di umiltà, ma a suo modo anche di orgoglio, l'aver voluto D'Alema farsi "spalla" di Veltroni: quasi fossero Peppino e Totò…

Resta da capire chi e dove è la "malafemmina". Non è la Bonino, non legge interviste di Ciarrapico, ma per certi aspetti sembra abitare al palazzo delle Nazioni Unite. Il che spiega le ripetute e ripetitive ironie del Ministro contro le malefatte di uno schieramento guidato da Berlusconi, presunto colpevole di non essersi mai voluto inchinare all'Onu.

Può darsi che il dolore provato per la scomparsa di sua madre abbia distolto l'attenzione del Ministro D'Alema dalla campagna elettorale. Fra gli aspetti più interessanti di quest'ultima non manca una attenzione alle questioni di politica estera superiore al passato. Sport esclusivo dei re, o quanto meno delle aristocrazie, una volta fra vicende internazionali e suffragio universale valeva la regola dei "corpi separati". Oggi è diverso.

A Napoli e provincia nei giorni scorsi l'attuale Ministro degli esteri aveva mostrato fastidio a discutere di immondizia regionale ed ansia di parlare delle cose del mondo. Con riferimento al Medio Oriente, non ha mancato di farlo Fiamma Nirenstein, presentando la sua candidatura in Liguria con il Popolo della libertà. Gli argomenti della Nirenstein sono parsi opposti a quelli di D'Alema.

Il Ministro anela ad un equilibrio che riporti il mondo all'idea di pace di Kant (anche per tenere lontano il pacifismo alla Gino Strada, che pur ebbe a dominare la Farnesina nei giorni del sequestro di Mastrogiacomo) e che guardi all'Onu come alla suprema fonte di legalità, ma anche moralità, del diritto internazionale. Per la Nirenstein non è affatto detto che ogni Paese arabo, per paura delle reazioni dei propri integralisti islamici, debba sempre condividere il fronte dell'odio anti-israeliano e cita il re di Giordania Abdullah come buon esempio per aver egli coraggiosamente condannato le ripugnanti manifestazioni di gioia che, a Gaza e a Ramallah, avevano festeggiato la strage di Gerusalemme.

Intanto la scorsa settimana, per volere della Libia, l'Onu aveva esplicitamente rifiutato di condannare la carneficina, mentre non aveva esitato nei giorni precedenti a protestare perché Israele usava "mezzi sproporzionati" contro la pioggia di missili provenienti da Gaza. Il discorso implica una attenta considerazione del ruolo giocato, dietro Hezbollah e Hamas, soprattutto dall'Iran.

Un anno e mezzo fa si ritenne onore e gloria della politica estera italiana l'incontro fra Prodi ed Ahmadinejad a New York. Eppure quel breakfast di prima mattina era avvenuto nello stesso giorno in cui alla tribuna dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite il presidente iraniano aveva rivendicato l'irrinunciabile diritto del suo paese tanto al nucleare quanto all'antisionismo. Nelle settimane successive sarebbe stato Giorgio Napolitano a ricordare come anche l'antisionismo fosse antisemitismo.

La Nirenstein ha sottolineato come l'esecutore dell'attentato di Gerusalemme provenisse da un mondo dedito al terrorismo ("niente disperazione da disoccupazione o fame, ma adesione all'ideologia di chi vuole distruggere Israele, ovvero Hamas ed Hezbollah. La famiglia è benestante e si è vantata dell'accaduto: ha trattato gli israeliani, specie giornalisti, che andavano a guardare le bandiere di Hamas che sventolavano sulla loro casa, come fossero loro i colpevoli del disastro…").

Lo stile della giornalista era già quello delle premesse alle interrogazioni parlamentari. Il Ministro forse aveva creduto di essere già in grado di rispondere con l'intervista apparsa sul "Riformista" dal titolo "Lavoriamo per non isolare l'Iran". Anche a prescindere dal titolo, il problema delle democrazie occidentali è, invece, proprio quello di "isolare l'Iran" e di non concedere giustificazioni ideologiche al terrorismo.

All'atto di sindacato ispettivo di un parlamentare, nella fattispecie la futura onorevole Nirenstein, ogni Ministro può sopire, eludere, aggirare le "premesse" che lo hanno ispirato. Ma entro certi limiti. A suo tempo, nonostante le perplessità di Benedetto Croce, l'Onu fu per i democratici italiani un punto di riferimento: ad esempio, quando sessanta anni fa le Nazioni Unite fecero nascere Israele. Ci furono poi gli anni successivi alla Guerra dei sei giorni: quelli di Arafat al Palazzo di Vetro, quelli dell'antisionismo alla Waldheim, quelli del terzomondismo antioccidentale. Perché in Prodi e D'Alema c'è tanta sudditanza nei confronti di siffatta concezione delle Nazioni Unite?