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L'allarme del Censis Il declino economico che genera sfiducia di Gianni Ravaglia Siamo messi proprio male. Nella relazione che accompagna il rapporto Censis del 2007, anche Giuseppe De Rita, che ci ha abituato a trarre dai dati socio-economici del Paese il sogno di ciò che potrebbe essere, ma non è, quest'anno è andato giù di brutto. E' ben vero che, per non smentirsi, ci dice che "non ci sono ragioni per disperare e considerare il paese sul sentiero del declino e dell'impoverimento", ma poi ci spiega che "tale dinamica è il risultato di una minoranza vitale, mentre il paese si disperde in una poltiglia di massa, tenuta insieme da un tessuto sociale inconsistente, nel quale le istituzioni non riescono a svolgere alcuna funzione di coesione". E continua: "Dovunque si giri lo sguardo facciamo esperienza e conoscenza del peggio, nella politica, nella violenza intrafamiliare, nella micro criminalità urbana come in quella organizzata, nella dipendenza da droga e alcool come nella debole integrazione degli immigrati, nella disfunzione della burocrazia come nello smaltimento dei rifiuti, nella realtà dei veti che bloccano lo sviluppo infrastrutturale come nella bassa qualità dei programmi televisivi. E' abituale allora ricavarne che viviamo una disarmante esperienza al peggio". Anche se non è consolante, vale la pena ricordare che il fenomeno descritto non è nuovo e non è solo italiano. Lo studio dei comportamenti sociali indusse Max Weber a teorizzare che "comuni principi morali alimentano la crescita, ma la stessa crescita produce conseguenze morali positive". Nel suo recente "Il valore etico della crescita", il sociologo americano Benjamin Friedman, esaminando i comportamenti sociali di varie nazioni, ha dimostrato che gli individui sono maggiormente contenti solo se la crescita economica e il cambiamento restano in continua evoluzione. Essi entrano invece in difficoltà in caso di stagnazione e si considerano poveri quando l'economia declina. Ciò dipende dal fatto che l'individuo giudica in base a ciò che ha, e lo confronta con gli altri e con il proprio passato. In una economia stagnante o in declino il guadagno di una persona corrisponde alla perdita di un'altra, per cui ognuno cerca di difendere ciò che ha acquisito, anche a costo di opporsi alle innovazioni. Al contrario, in una economia in crescita anche chi sta ai livelli più bassi accetta cambiamenti e il superamento di tutele corporative. Lo studio comparato della storia delle varie nazioni insegna, dunque, che esistono delle costanti nei comportamenti sociali. In presenza di una economia in crescita gli individui hanno reazioni di apertura, tolleranza, mobilità, equità e spinta per una maggiore democrazia. Al contrario, in presenza di un declino economico essi reagiscono con chiusure corporative, allontanamento dalla tolleranza, dalla mobilità, dall'equità, dalla democrazia. La lezione da trarre è che la crescita economica, pur con le contraddizioni che porta con sé, ha il grande merito di agevolare anche l'affermazione di valori etici. L'avanzamento materiale individuale e il miglioramento morale della società vanno di pari passo. Si può capire, allora, come lo scenario dipinto dal Censis di: "notevole depressione, impotenza, abbattimento della nostra società, impermeabile alla crescita economica, indifferente a fini e obiettivi di futuro" non è che il risultato, ampiamente prevedibile, di anni di stagnazione. Con l'aggravante di un governo che, invece di puntare ad uno sviluppo complessivo, in cui tutte le componenti sociali potessero riconoscersi per il vantaggio che loro poteva derivare, ha scelto di puntare ad una politica a somma zero. Ignorando la storia, ammalato di ideologia classista, ha voluto punire una parte della società, peraltro la più giovane, la più produttiva e impegnata per la crescita, per distribuire elargizioni non tanto ai più poveri, quanto ai più protetti e improduttivi. Con il risultato di ottenere, sul piano economico, più stagnazione, più inflazione, minore crescita per tutti. E sul piano sociale, minore fiducia reciproca, minore tolleranza, maggiore egoismo. Tragico fallimento per un governo di sinistra, il cui primo ministro aveva promesso che avrebbe garantito una "maggiore felicità per tutti"! |